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venerdì 19 agosto 2011

Capitolo nove

Capitolo nove

Quando mi svegliai, mi ritrovai nella stessa posizione della sera precedente, con la sola aggiunta che Thomas aveva appoggiato una mano sulla mia e la stringeva delicatamente. Aveva gli occhi chiusi.
Volevo restare così per sempre, immersa in quel momento di contemplazione beata, ma dovevo andare in bagno. Stupide esigenze umane, pensai, dirigendomi irritata verso il bagno cinque minuti dopo. Quando tornai a letto, il momento magico era passato e trovai Thomas in piedi accanto alla finestra.
“Buona notte.”, sussurrai ributtandomi sul letto, conscia che non sarei più riuscita ad addormentarmi anche se erano solo le cinque del mattino.
“Notte…”. Mi girai a pancia in su, guardandolo. Thomas si girò verso di me. Si avvicinò piano, e si sedette sul bordo del letto. Poi, dopo avermi valutata intensamente, sembrò giungere a una conclusione: così abbassò il capo e mi diede un veloce bacio sulla fronte.
Parve turbato dal suo stesso gesto, tanto che si alzò e uscì dalla stanza, lasciandomi sola con la mia confusione, ma completamente sveglia e immobile per la sorpresa e l’emozione.
Dopo cinque interminabili minuti mi alzai (avevo ripreso il controllo del mio corpo) e lo cercai. Era in sala, accanto alla finestra, e guardava fuori.
“Thomas…”, iniziai incerta; non sapevo come proseguire.
“Scusami. Non so che mi sia preso.”. Non mi guardava, continuava a tenere gli occhi fissi sulla strada, fuori.
Come la sera prima, fui presa dall’istinto irrefrenabile di toccarlo, e mi avvicinai. Gli sfiorai il braccio destro, scendendo fino alla sua mano. Thomas non fece una piega; anzi, aprì il palmo permettendomi di stringergli le dita. Restammo così fino alle cinque e mezza, quando si alzò mio padre e io me ne tornai a letto per non farmi vedere da lui. Non riuscii più a dormire, come avevo previsto, ma pensai.
Perché mi hai dato quel bacio? Forse ti interesso anch’io? Ma allora perché ti tiri indietro? Nella mia mente vagavano confuse queste domande. Non riuscivo a capire… Mi sembrava così improbabile che Thomas potesse provare per me ciò che io provavo per lui. O anche di meno. Io ero il suo unico collegamento con il resto del mondo, ma avevo sempre pensato che se non fosse stato per quello non si sarebbe fermato da me così a lungo. Forse ora era diverso, certo, era in costruzione una debole amicizia. Ma ci sarebbero voluti mesi perché lui si affezionasse a me seriamente, a meno che un’emozione potente come quella che provavo io non avesse sconvolto anche lui. Mi sembrava così improbabile però; non vi erano indizi per capirlo. E poi, sono solo una ragazza normale… Mi dissi. L’unica cosa che vantavo era un bel paio di occhi azzurri, tutto qui. Decisamente troppo poco per poter attrarre la sua attenzione…
Mi trascinai a scuola stanca, visto l’alzataccia della mattina, e piuttosto irritabile. Trattai male Luca, che cercava di conversare con me a proposito del nuovo lavoro di Chiara, ma misi fine alle sue chiacchiere poggiando la testa sul banco e chiudendo gli occhi mentre suonava la campanella dell’intervallo. Il mio compagno di banco mi gettò un’occhiata rassegnata prima di arrendersi ed alzarsi per andare a parlare con Lucia, sicuramente molto più collaborativa di me.
Tornai a casa che ero ancora uno straccio.
“Ho mal di testa, vado a sdraiarmi un po’”, dissi a mia madre, che stava uscendo di casa.
“Ok… Se poi ti viene fame c’è una bistecca da scaldare nel frigorifero. Ciao ciao!”.
Mi avviai stancamente verso il piano superiore. Una volta arrivata in camera mia, mi lasciai cadere pesantemente sul letto, troppo stanca anche per farmi assalire dai pensieri confusi e svolazzanti della mattina, ma non feci tempo ad addormentarmi che Thomas svenne di nuovo.
“Thomas!”, scattai, alzandomi dal letto. Mi avvicinai al pavimento, dove era caduto, e lo scossi. Dopo due minuti, nei quali il panico era riuscito a farsi strada dentro di me, aprì gli occhi.
“Ricordo…”, iniziò, poi sembrò perdersi nei suoi stessi occhi e due secondi dopo li richiuse.
“Thomas! Svegliati!”. La mia voce rasentava l’isteria.
“Occhi. Viola.”, disse quando riprese coscienza.
“Mio Dio, stai bene?!?”, gli chiesi quando vidi i suoi occhi mettermi a fuoco. Poi lo abbracciai stingendolo forte a me, e le lacrime iniziarono a scorrere sulle mie guancie.
“Giulia… Giulia… Sono qui… Che c’è? Che è successo?”
“Dimmelo tu… Dimmelo tu…”, singhiozzai, “Sei svenuto… E poi… E poi… Hai detto di aver visto degli occhi viola… E poi… E poi… Non so…”
“Ssssh… Ssssh, Giulia…”. In qualche modo riuscimmo a metterci seduti, sul pavimento, ma io ero troppo sconvolta per potermi alzare in piedi. Piangevo a dirotto ormai, ero così confusa dalla scena a cui avevo appena assistito; non potevo tollerare il fatto di averlo visto così indifeso, così debole… Quando lui da giorni ormai diceva che avvertiva un pericolo, e che mi avrebbe protetta… E lo amavo. Con tutta me stessa, non potevo più negare quella verità. Come avevo creduto possibile far finta di niente? Come potevo pensare di continuare a vivere normalmente, dopo che Thomas era arrivato e mi aveva sconvolto il cuore, l’esistenza? Non sapevo più che fare. Lottavo contro l’esigenza di dirglielo, era come una necessità fisica, e il mio timore di venire respinta. Il suo preoccuparsi per me, il suo volermi proteggere, il bacio in fronte di quella mattina, erano segni dalla difficile interpretazione, che ora come non mai si ripresentavano nella mia mente per sconvolgermi ulteriormente. Cosa dovevo fare?
Non so cosa vide Thomas in quel momento, non so cosa sentì nel mio pianto. Ma forse colse almeno un po’ di ciò che mi si agitava dentro, perché si avvicinò e mi strinse piano. Restammo così finché non mi calmai, forse minuti o forse ore. La mia mente smise di agitarsi e lasciò spazio per il vuoto. Nulla.
Con un riflesso incondizionato, spostai le mie braccia finché le mie mani non si ricongiunsero dietro la sua schiena. Ancora niente occupava la mia mente. Sentivo le farfalle nel mio stomaco, il mio battito accelerato, il mio respiro più corto, ma era come se fossi fuori dal mio corpo. Ero solo una spettatrice di ciò che mi stava succedendo, e non riuscivo neanche a capire bene lo spettacolo…
Mi ricomposi, trovai i fili per rientrare in possesso del mio corpo e quasi con dolore mi staccai da Thomas. Andai in bagno a sistemarmi, sembravo un demone dopo aver pianto. Poi ritornai in camera e mi sedetti sul letto.
“Occhi viola?”, chiesi, con un tono di voce indefinibile e vagamente formale.
“Sì.”. Nel frattempo Thomas si era seduto sulla sedia della mia scrivania. “Sto cercando di capire cos’ho ricordato…  Ma l’unica impressione sono grandi occhi viola. E la sensazione di sbagliato, di pericolo, di paura. Solo questo.”. Si interruppe un attimo. “Io non dovevo ricordare. Sentivo che stavano riemergendo altri ricordi, ma li ho bloccati… E per questo che sono svenuto, credo. Non so quanto a lungo potrò resistere… Non lo so.”, finì, prendendosi la testa fra le mani.
Purtroppo non sapevo cosa rispondere.

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