Ultimamente mi sento così. Come se corressi e corressi, eppure quello che voglio si allontana sempre di più. Irraggiungibile.
E fa male. Fa male pensarci, fa male scappare, perchè sono scappata troppo ormai, ma non ci si può voltare indietro, ed io mi sento ancora così vicina... E voglio correre più lontano, dopo che tutto ciò che faccio non mi allontana abbastanza, e sento di volermene andare via da tutto, ma qui c'è il mio futuro e il mio passato, ed io sono bloccata. E' irraggiungibile ciò che è davanti a me così come ciò che è rimasto alle mie spalle.
So che scappare non è la soluzione, non è la soluzione migliore nè la più nobile, ma sono un animale ferito che si trascina nel bosco, timoroso di tutto e di tutti, che cerca di contare solo sulle sue forze. Ma ho paura che così facendo morirò. Morirò bloccata in questo tempo senza età, senza aver fatto niente e nel frattempo congelata e nell'impossibilità di fare niente.
A volta mi sembra tutta una presa in giro, come se stessi recitando una parte, io che non sono più io. Ma mi sono autoimposta questo purgatorio, e non posso farci niente, Forse sono debole. Forse dopotutto non sono forte come pensavo, e ora tutte le lacrime che avrei dovuto versare, le urla che avrei dovuto gridare e le persone che avrei dovuto picchiare, forse tutto questo ora preme in me ed io sto implodendo.
La felicità è ormai così per me. Una pallida eco di ciò che dovrebbe essere. Irraggiungibile.
Pagine
lunedì 20 giugno 2011
venerdì 17 giugno 2011
Today
Ecco a te Elena, come promesso...
Sciogliti nella dolcezza di queste note...
Mi sono state di grande conforto quando la via sembrava perduta,
donate da un amico caro come un diamante, eppure scuro all'interno
come carbone non ancora trasformato, o come gemma
che conserva ancora la sua anima.
Danza sulla superfice liscia e fresca dell'acqua,
passando da un fuoco che non brucia,
attraversando foreste rigogliose e verdi,
per lanciarti nel cielo profumanto d'estate
verso la volta celeste profonda e immutata.
La Luna e le stelle proteggano il tuo cammino
ed il sole arda nei tuoi occhi della luce più pura.
venerdì 10 giugno 2011
Sesto capitolo
Capitolo sei
Domenica non permisi alle mie amiche di scocciarmi, e passai tutto il giorno in camera mia con lo stereo al massimo. Anche Thomas vide che ero di malumore, e mi lasciò in pace, andando al piano di sotto a vedere un film che i miei avevano noleggiato.
Non volevo pensare. Ma era inevitabile. La musica che mi martellava nelle orecchie occupava solo un minimo spazio nella mia mente, che era da tutt’altra parte. Mi sforzai di riportare la mia concentrazione sulla musica. Ma a fine giornata, ero lo stesso giunta ad una conclusione, una conclusione che mi sorprese: avrei continuato la mia vita come se niente fosse. Mi sarei limitata a sentirmi felice ogni qualvolta Thomas sarebbe stato con me.
Perché dovevo farlo diventare un problema? Era una bella sensazione stare con lui. E il fatto che avessi capito cosa generava le mie emozioni non doveva influire. Sarebbe andato tutto bene. Non avrei detto niente a nessuno e sarei vissuta felice.
C’erano sicuramente problemi più urgenti: innanzitutto la vera identità di Thomas. E anche il fatto di che cosa fosse non era un problema da poco. E poi, naturalmente, c’erano i miei problemi normali. Gli amici, la scuola, la famiglia. Il solito, insomma.
La settimana seguente passò quindi come la precedente, tranne per il fatto che ora prestavo molta più attenzione ai miei amici e a cosa mi dicevano.
“Sai” mi disse Luca durante un cambio d’ora, “ieri stavo messaggiando con un mio amico, uno che ho conosciuto ad un torneo di scacchi…”. Era vero, mi ero dimenticata che lui amava gli scacchi. L’anno scorso mi ero pure arrabbiata perché cercava di convincermi a giocare, ma a me non interessava. Era talmente insistente che mi aveva fatto perdere le staffe. “E’ davvero una persona strana, sai?”.
“Davvero?” chiesi. In quel momento era entrata la profe d’inglese, e Thomas la stava imitando in ogni gesto. Mi sforzai di non ridere e di prestare attenzione a Luca.
“Sì! Stavamo facendo un gioco, il gioco delle domande sai, quello dove uno fa una domanda e l’altro risponde e fa una domanda a sua volta…”.
“Arriva al punto” sussurrai, certa che se avessi aperto un po’ di più la bocca non mi sarei trattenuta. Avevo le lacrime agli occhi e mi sentivo rossissima in faccia, nel tentativo di non ridere.
“Beh, ecco, sai che domande fa? In genere sono strane, sì, fa parte del gioco, ma non così strane… Ecco, del tipo: ‘Hai mai ficcato la testa nella lavatrice per vedere se c’era dentro Francis, il mulo parlante?’; o ancora: ‘Hai mai ricevuto delle dita dei piedi in regalo?’. Cioè, dimmi te se queste sono domande”.
Lieta che mi offrisse una scusa, scoppiai a ridere, forse in modo un po’ isterico, proprio mentre Thomas stava alle spalle della profe e si grattava il naso imitandola con un cipiglio serio volutamente esagerato.
“Giu? Stai bene?” chiese Luca, sconcertato dalla mia reazione.
“Oh, sì. Ehm, ecco… Perché non provi a rispondere a sto qui con qualcosa del tipo: ‘Hai mai staccato le dita dei piedi a un perfetto sconosciuto per farne un regalo di compleanno?’”.
“Bella questa! Me la segno”.
La lezione finì in fretta, e io mi avviai allegra verso casa.
“Come mai così di buon umore oggi?” mi chiese Thomas.
“Sto solo sfogando l’allegria repressa di oggi. Mica è facile vedere te che imiti tutti i prof e starmene tranquilla! Fai troppo ridere”.
“Ah ah! Scusa, non lo farò più”. E immediatamente pensai che valeva la pena trattenersi così tanto se poi potevo vederlo ridere. Era bellissimo.
Chiara venne a rapirmi non appena finii di mangiare.
“Presto! Lucia è disperata. Domani è il suo primo anniversario con Andrea e non gli ha ancora preso il regalo! Ci aspetta al centro commerciale”. Cavoli. Un anno. Di già.
Mi fiondai in camera a prendere la borsa, e Thomas mi seguì.
“Posso venire con te?” mi chiese.
“Cosa?” lo guardai sbalordita per un attimo. “Uhm, sì, certo. Vieni.” dissi poi.
Così ci avviammo tutti e tre, in bici. Thomas correva, anzi, forse è meglio dire che volava. In effetti sembrava galleggiare nell’aria, se non fosse che stavamo andando a tutta birra.
Arrivammo in meno di mezz’ora, e mentre Chiara fissava le bici con la catena a una ringhiera, gli chiesi: “Questo me l’avevi tenuto nascosto. Da quando sai volare?”.
“Non so. Da quando mi sono svegliato, credo”.
“Non me l’avevi detto!”.
“Non c’ho pensato.” rispose, sincero e afflitto.
“Hai detto qualcosa?” s’intromise Chiara.
“No, niente.” risposi, “Solo di sbrigarci”.
Lucia era praticamente in lacrime, Chiara non esagerava.
“Oh, ragazze! Finalmente siete arrivate! Aiutatemi! Sono nel panico. Non ho la minima idea di cosa regalare ad Andrea”.
“Tranquilla. Ci siamo qui noi”.
Così passammo tutto il pomeriggio a girare per negozi.
Nonostante Chiara suggerisse sempre qualcosa (io no, non avevo la minima idea di cosa si potesse regalare ad un tipo), Lucia non appariva mai del tutto convinta. E ad ogni minuto che passava, cresceva la sua disperazione.
“Potresti regalarle te stessa!” esclamai esasperata dopo l’ennesimo negozio girato a vuoto. “Infondo non siete ancora stati del tutto insieme, no?!?”.
“Ma… Io non mi sento pronta…”.
Oh, merda. L’avevo fatta intristire.
“No, no Lucia… Non intendevo per forza. E’ solo che… Sai che non mi piace girare per negozi. Mi fanno male ai piedi…”. Le mie scuse si persero mentre i suoi occhi si gonfiavano di lacrime, ma Chiara mi salvò esclamando: “Ehi gente! Là c’è un negozio che mi pare carino. Non disperarti su. Magari, se non troviamo niente, puoi sempre regalargli le mutande rosa con i coniglietti che abbiamo visto prima”. Lucia sorrise appena, poi ci dirigemmo verso l’obbiettivo che aveva puntato Chiara.
Thomas ci seguiva come rassegnato, neanche a lui piaceva andare in giro per negozi. Però la gioielleria in cui entrammo era molto bella, e in un attimo dimenticai la stanchezza.
“Ooooh… Guarda che bella questa collana!” esclamò Chiara, estasiata.
“Ragazze… Guardate qua”. Lucia sembrava sotto shock.
“Cosa?” chiesi avvicinandomi. Lei indicò un orologio.
“Stupendo!” esclamò Chiara, “E’ il regalo perfetto, meglio delle mutande rosa. No, seriamente. Compralo”.
“Sì! Me ne sono innamorata. E poi Andrea non ha un orologio. E’ più che perfetto”. Ormai erano in estasi. A me, sembrava un comune orologio. Certe volte proprio mi sconcertavano, comunque mi unii a loro: “Sì, è proprio bellissimo”.
Dopo l’acquisto, si rilassarono tutte, me compresa. Andammo a mangiarci una piadina al bar, poi io e Chiara salimmo sulle nostre bici e ce ne tornammo a casa, seguite da Thomas, mentre Lucia aspettava che suo padre la venisse a prendere.
Una volta in camera mia, accesi lo stereo e mi sdraiai sul letto.
“Stanca?” mi chiese Thomas.
“Direi. I miei piedi sono diventati insensibili… E’ piuttosto grave”.
“Sai, non credevo che le ragazze fossero così maniacali quando si tratta di regali…”.
“Credimi, io le capisco meno di loro. Certo, se avessi un ragazzo, anch’io andrei nel pallone… Ma più che altro perché non ho idea di cosa si regala a un tipo. Però, una volta trovato qualcosa, non starei a rimuginarci su tanto. Il mio terrore è che le mie amiche insisterebbero sicuramente per trovarne uno più bello…”.
“Ah ah ah! Beh, non portartele dietro, no?”.
“Impossibile. Sono loro che mi devono dire cosa comprare. Te l’ho detto che non so cosa si regala a un ragazzo.” obiettai, scuotendo la testa.
“Sai, Giulia…” iniziò Thomas.
“Sì?”.
“Appena capisco cosa sono, e come, sempre se posso, ritornar ‘normale’… Voglio farti un regalo”. Mi alzai a sedere di scatto, fissandolo mentre lui distoglieva lo sguardo.
“Cosa? Perché?”.
“Beh, perché mi stai vicino. Mi stai aiutando… Te ne sono grato” . Se avesse potuto, avrebbe arrossito. Non risposi, mi limitai a sdraiarmi di nuovo sul letto, pensierosa. In realtà, non sentivo di meritarmelo; non stavo facendo nulla di particolare per lui. Presa com’ero da me stessa e dai sentimenti, così nuovi, che stavo provando, capii di aver trascurato il problema di Thomas; e mi ripromisi di impegnarmi di più.
mercoledì 1 giugno 2011
Il prossimo capitolo...
Capitolo cinque
“Hai la matita sotto gli occhi… No aspetta, stai ferma… Così…”.
Rimasi immobile mentre Luca mi strofinava energicamente l’occhio sinistro.
Poi entrò la profe, ma me ne accorsi a malapena visto che Thomas si stava sedendo sul mio banco. Come tutte le volte che lo vedevo, le mie guance si colorarono di rosso.
“Hai caldo?” mi chiese il mio compagno di banco.
“Oh, sì… Un… Un po’” farfugliai confusa. Mi chiesi se la demenza fosse uno dei sintomi.
Quando mi ero svegliata, quella mattina, avevo trovato Thomas in piedi, pensieroso, accanto alla finestra. Era curioso di vedere qualcos’altro, oltre la mia casa, così gli proposi di venire a scuola con me. Avrei dovuto sapere che la sua presenza avrebbe compromesso la mia capacità di concentrazione.
L’intervallo fu un sollievo, dato che potevo evitare di prestare attenzione ai prof. Ma non avevo fatto i conti con Lucia. Arrivò correndo verso di me, che ero appoggiata al bancone dei bidelli di fronte alla mia classe.
“Giulia! Oh, Giu Giu! Guarda cosa m’ha scritto il mio love!” mi urlò, mettendomi il cellulare sotto gli occhi. Il messaggio era il tipico ‘ti amo tanto amore mio baci baci’, abbellito da qualche frase romantica. Per quanto banale risultasse ai miei occhi, dopo averne letti un’infinità da un circa un anno a questa parte, per Lucia ogni volta sembrava la prima. Mi guardava facendo gli occhioni grandi, pieni di aspettative.
“E’… Davvero bello. Andrea è proprio un romanticone…” mi sforzai di compiacerla, chiedendomi se anche per me sarebbe stato così, quando avessi avuto un ragazzo.
“Ma mi ha detto che sono la donna della sua vita…” insistette, e accolsi con sollievo la campanella di fine intervallo, salvo poi ricordarmi che avrei dovuto ricominciare a sforzarmi di prestare attenzione ai profe.
Dopo altre tre ore di scuola, ero davvero esausta. Una volta arrivata a casa, mi girai a guardare Thomas e gli dissi: “Mai più”.
“Cosa? Che ho fatto?” mi chiese stupito, mentre mi avviavo in cucina.
“No, non hai fatto niente… Ma è la tua presenza, capisci…? Mi deconcentri. E diventa tutto più difficile.” cercai di spiegare.
“Allora starò più attento. Ti starò lontano.” disse scherzoso, ma avvertivo qualcosa di più dietro quelle semplici parole.
“Che c’è?” gli chiesi.
“E’ solo che… Non mi piace stare qui da solo. Ti prego, permettimi di venire con te. Farò il bravo. E poi, potrei scoprire qualcosa in più su di me se non me ne sto chiuso in casa…”.
Aveva ragione. “D’accordo”.
“Grazie.” rispose sorridendo, e mi sembrò sollevato.
Così, iniziò a venire a scuola con me tutti i giorni. Pian piano mi abituai alla sua presenza, riuscendo a seguire in classe senza distrarmi troppo, ma non avevo contato i miei amici. Quando stavo con loro, all’intervallo o durante i cambi d’ora, mi lasciavo andare, distraendomi sentendo Thomas vicino a me, o guardandolo divertirsi alle battute dei miei compagni a cui non prestavo attenzione, troppo presa da lui.
Lucia e Luca iniziarono a guardarmi con sospetto e una vaga preoccupazione, ma come al solito non ci badai.
Almeno finché, sabato pomeriggio, la mia amica mi chiese: “Che cos’hai? Giulia, sei strana. Fin troppo. Sembri sempre tra le nuvole, non mi ascolti quando ti parlo a scuola… Seriamente, mi stai facendo paura”.
Chiara, che non andava più a scuola, ci guardò stupefatta. Per lei ero la Giulia di sempre. Ovvio, in quel momento (e ogni volte che uscivo con loro), Thomas non era con me.
“Non so di cosa stai parlando.” risposi vaga, prendendo nota di comportarmi meglio con lei a scuola, ma il rossore che si era fatto strada verso le mie guance mi tradì.
“Aspetta aspetta! Oh… Oh… Ma come sono stata stupida! Come ho fatto a non accorgermene?!? Aria beata, rossa in viso e molto, molto distratta. Ma certo”.
Guardai Lucia, che sembrava aver capito chissà che cosa.
“Cosa è certo?” chiese Chiara.
“Tu” iniziò l’altra mia amica, puntandomi un dito contro. “Tu, ti sei innamorata”.
Sgranai gli occhi. “Che cosa?!?” chiesi stupita.
“Ma è così ovvio… Tutto torna. Dai, dimmi chi è”.
“Dicci, chi è.” aggiunse Chiara, improvvisamente molto interessata.
“Ma… Ragazze… Io non so di che state parlando…”.
“Non mentire!”.
“Giuro…”.
“Aspetta” fece Lucia, “Dev’essere per forza qualcuno a scuola, visto che è lì che non sembra sana di mente… Adesso è normale”.
“Ma…” provai ad oppormi. Senza nessun risultato. Ringraziai il cielo quando, verso le dieci, entrammo in discoteca. Lì almeno non potevano asfissiarmi con le loro domande insistenti.
Mentre ballavo, iniziai a riflettere. Sembravo davvero innamorata? Non avevo esperienza in quel campo; Lucia sì. Ma avrei dovuto sentirlo, no? Anche lei l’aveva detto, quando era stato il tuo turno. Aveva detto qualcosa del tipo: “E’ la cosa più potente che io abbia mai provato. E lo senti, lo senti dentro, nel tuo cuore, nella tua mente, in ogni tua singola cellula. E’ l’amore”. Io avevo pensato che allora, se fosse toccato a me, l’avrei capito. Al volo, subito. Che mi sarei sentita…
Mi bloccai. Chiara mi guardò perplessa. Ma io mi sentivo. Così. Il mio cuore batteva forte, ogni volta che lo guardavo… Respiravo di più. Andavo in confusione. Mi ero pure chiesta se la demenza fosse uno dei sintomi… Ma di che cosa, finora non ero stata in grado di dirlo. Non ero riuscita a trovare la parola per descrivere quello che provavo. Era dunque amore?
Appena formulai la domanda, trovai la risposta. Era naturale, come se l’avessi sempre saputo. Sì, era amore… Mi ero innamorata. Aspettai ancora qualche secondo mentre la verità della mia scoperta si faceva strada in me. Poi ripresi a ballare, lentamente, mentre la felicità che m’inondava si trasformava.
E adesso? Cosa dovevo fare? Non potevo di certo dirglielo. Non avrebbe sicuramente ricambiato, e neppure poteva andarsene, visto che ero il suo unico collegamento con il mondo esterno… Avrebbe fatto solo male. E, se per caso avesse ricambiato… Che potevo fare? Solo io ero in grado di vedere Thomas. Avrei dovuto vivere fino alla fine dei miei giorni senza dire a nessuno che avevo un ragazzo? Che ne ero pazzamente innamorata? Avrei dovuto vivere con il tremendo peso di questa bugia detta a tutti quelli che mi conoscevano? Magari proprio mentre loro insistevano che mi trovassi un fidanzato, che mi facessi una vita.
Che cosa triste.
Per il resto della serata ballai come rassegnata, senza più entusiasmo. E quando arrivai a casa, verso le due, accolsi con gioia l’ondata di sonno che mi travolse, per non pensare, per avere un po’ di pace.
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