Se passate di qui, lasciate pure un commento. Potrà essere la base di una profonda conoscenza, o una goccia d'acqua che lentamente scorre e se ne va...

giovedì 1 dicembre 2011

A volte, una canzone può portare a galla vecchi ricordi... Quando si cerca disperatamente di dimenticare.

Con il mio mp3 nelle orecchie mi apprestavo a tornare a casa dall'università... E una canzone all'improvviso riporta a galla certe cose... Certi sospiri dati nell'innocenza della giovinezza, nella bolla di felicità del primo amore... Il testo è proprio adatto, proprio adatto. E sono di nuovo ricordi, dolorosi e soffici, senza rimpianti.


Tu dimmi quando, quando
dove sono i tuoi occhi e la tua bocca
forse in Africa che importa.

Tu dimmi quando, quando
dove sono le tue mani ed il tuo naso
verso un giorno disperato
ma io ho sete
ho sete ancora.

Tu dimmi quando, quando
non guardarmi adesso amore
sono stanco
perché penso al futuro.
Tu dimmi quando, quando
siamo angeli
che cercano un sorriso
non nascondere il tuo viso
perché ho sete, ho sete ancora.

E vivrò, sì vivrò
tutto il giorno per vederti andar via
fra i ricordi e questa strana pazzia
e il paradiso, che non esiste
chi vuole un figlio non insiste.

Tu dimmi quando, quando
ho bisogni di te almeno un'ora
per dirti che ti odio ancora.

Tu dimmi quando, quando
lo sai che non ti avrò e sul tuo viso
sta per nascere un sorriso
ed io ho sete, ho sete ancora.

E vivrò, sì vivrò
tutto il giorno per vederti andare via
fra i ricordi e questa strana pazzia
e il paradiso, che non esiste
chi vuole un figlio non insiste.

mercoledì 30 novembre 2011

Pausa nella storia...

Bene ragazzi e ragazze XD
Vi informo che... Mi sono iscritta su EFP XD e sto pubblicando la storia, questa storia che ho messo pure qui sul blog... E che quindi si stopperà per il tempo in cui non arriverò al capitolo 13 anche dall'altra parte XD
Non prendetela a male, poi riparte u.u in ogni caso mi pare che chi la seguiva sia più o meno sparito quindi XD

Per il resto, va abbastanza bene... Non ho voglia di andare in università, ma credo sia normale. Sento un buon profumino venire dal piano di sotto... Mmmmmh. Beh, a dopo! =D

domenica 27 novembre 2011

Vecchi talenti riscoperti e capitolo tredici

Oggi sono andata alla festa di compleanno di mio cugino...
Stando un pò con mia cugina e le sue due amiche, ho riscoperto la passione del canto =)
Mi son ricordata di quando da piccola sognavo di diventare una cantante... Di come il mio sogno si sia "infranto" data la mia voce molto "mielosa" (e quindi poco versatile) e sia stato sostituito, crescendo, dal sogno di diventare scrittrice...
Però non sono malaccio come cantante =) certo non sempre sono intonata XD ma anni e anni fa cantavo nel coro della chiesa, ed ero soprana... Questo vuol dire riuscire a fare note acute (anche se non acutissime XD)... Ricordo che riuscivo a cantare un pezzo di una canzone delle T.A.T.U. (ve le ricordate??? Oddio che tempi o.o) che sembrava impossibile ad altri... Se trovo il video ve lo metto XD e se sono in vena (ma devo essere proprio taaaaaaaaaaanto in vena) mi esce qualcosa anche di Leona Lewis (anche lei, ma ve la ricordate? o.o).
Mia cugina mi ha ricordato anche di quando cantavo "Because of you" di Kelly Clarkson... (ora, non so se ho scritto i nomi giusti XD non ho voglia di andare a controllare XD)... Così l'abbiamo cantata tutte insieme da lei XD
Una sua amica ha una voce stupenda o.o lei non sa fare gli acuti, canta in tenore i pezzi troppo alti, però è fantastica o.o
Ecco, vi ho trovato il video delle T.A.T.U. XD il pezzo "impossibile" che cantavo è a 1:58



Intanto... Gustatevi il capitolo tredici ù.ù


Capitolo tredici     

“Come stai? Per fortuna avevi la macchina fotografica… E per fortuna aveva il flash!”
Ero sbigottita. Guardavo alternativamente Thomas, che si stava rialzando, e il vecchietto, che continuava a parlare. Nipote? Possibile che lo aveva davvero chiamato nipote? E coma faceva lui a vederlo? Troppe domande si affollavano nella mia mente.
“Scusi… Io non so chi è lei.” Finalmente Thomas aveva parlato, interrompendo l’assurdo monologo che l’altro stava facendo.
“Ah ma è naturale.”, disse il vecchio, e stava per aggiungere qualcosa quando Thomas lo interruppe ancora: “Cioè, credo di avere qualche vago ricordo del suo viso, ma non mi ricordo chi è.”
Il vecchietto tacque di colpo, sembrava terrorizzato. Poi sbottò: “Hai ricordato? Quanto? Come? No… Questa è una tragedia… Povero me… Speriamo che tu abbia ancora abbastanza energia…”
“Energia per fare che?”, chiesi io. D’un tratto il nonnetto sembrò accorgersi della mia presenza.
“Ah! Abbiamo un’altra Eletta. Vi inviterei da me per spiegarvi tutto, me se mio nipote ha ricordato questo non mi pare il momento più opportuno. Dobbiamo sbrigarci, sempre che non sia troppo tardi. Ragazzo, dimmi, quanto hai ricordato?!? E’ importante, più di quel che credi.”
“Solo… Solo il suo viso e una casa bianca.”, rispose Thomas.
“Bene, bene, dovrebbe esserci ancora tempo. Ma dobbiamo sbrigarci! Aspettatemi qui un attimo, vado a prender la macchina. Anzi no, venite con me. Subito! Non vorrei che vi venisse voglia di giocarmi brutti scherzi e ve ne andaste proprio ora, dopo tutta la fatica che ho fatto per trovarvi! Purtroppo non c’è tempo per spiegarvi. Vi dirò qualcosa in macchina. Sbrigatevi!”
Mi chinai per prendere la macchina fotografica, che si era aperta, e mi affrettai a seguire il vecchio, con Thomas alle calcagna. La mia mente era ancora troppo stupita per poter dare agli interrogativi che si poneva una forma concreta. Svoltammo l’angolo della strada e salimmo su una piccola auto color ruggine, che il vecchio impiegò qualche minuto per accendere. Io e Thomas ci sedemmo sul sedile posteriore.
“Signore…”, iniziai, “Signore, credo che ci debba delle spiegazioni.”
“Assolutamente”, iniziò lui, mentre guidavamo diretti non so dove, “Ma non c’è tempo. Ogni minuto potrebbe essere fatale! E io potrei perdere il mio Thomas per sempre.”. A quelle parole mi si strinse lo stomaco,ma il vecchio continuò: “Però qualcosa posso dirvela. E poi tu sei un’Eletta. Ah già, non te l’ho detto, ma se ti sei presa cura tu di mio nipote per tutto questo tempo ti ringrazio. Comunque, vedi, Thomas è un’anima fuoriuscita dal suo corpo.”
“Co… Cosa sarei?”
“Nipote mio, quando rientrerai in te tutto ti sarà più chiaro. Ricorderai. Ora non puoi, credo che tu l’abbia avvertito come sensazione, proprio perché se lo faresti non avresti più abbastanza energia per tornare nel tuo corpo. E’ ancora vivo, e ti aspetta. Se non te ne ricordi, significa che sono stato un buon Maestro.”
“Ma che significa tutto ciò?!?”, esclamai, “Come fa a dire che Thomas è un’anima? E che vuol dire che io sono un’Eletta?!?”
“Mia cara signorina, credo che tu ti sia accorta che sei la sola in grado di vedere mio nipote, o almeno sei una delle poche persone al mondo. Ciò ti rende riconoscibile come Eletta. Ma ti chiarirò questo punto un’altra volta, ora siamo arrivati.”
Il vecchio parcheggiò nel grande parcheggio dell’ospedale. Ci fece scendere, e ci condusse nell’ingresso. Salimmo al terzo piano, dove lui chiese a un’infermiera di poter vedere suo nipote, così entrammo nella stanza numero quattro.
Era una normale stanza d’ospedale, con il tipico letto d’ospedale, su cui però era adagiato un corpo a me molto noto. Capelli neri, lineamenti sottili, pelle bianca ma con chiazze rosate sulle guancie. Gli occhi erano chiusi, ma avrei scommesso che il colore era nero, nero come un pozzo senza fondo. E una flebo, che era attaccata a una vena del braccio e da cui ogni tot cadeva una goccia. Il mio Thomas, l’unico amore della mia vita.
Vederlo lì, così, indifeso e bello come non mai, e nello stesso tempo saperlo accanto a me che guardava la stessa scena mi riempì di un’emozione profonda, intensa, a cui il mio corpo non sapeva come rispondere. Una sola lacrima mi scese sulla guancia, una lacrima che il Thomas in piedi accanto a me vide e che lo convinse - così come convinse me - a fidarsi del racconto del vecchio.
“Cosa devo fare?”, chiese, con un sussurro di voce.
“Entra dentro di te. Usa l’energia che hai preservato per ritrovare il legame con il tuo corpo, e immergiti. Torna da me.”
“E poi… Ricorderò tutto? Anche di queste settimane passate al di fuori di me?”
“Sì, ricorderai. Anche tu sei un Eletto.”
“D’accordo.”
Thomas si avvicinò al suo viso reale. Si girò e mi diede un lieve bacio sulle labbra, poi mise le mani sul cuore del corpo disteso nel letto e chiuse gli occhi. Brillava come non mai, di quella luce blu che gli avevo visto intorno, come un’aura. Poi scomparve.
Non successe niente. Era sparito, ma il corpo nel letto continuava a dormire. Passavano i minuti, e ogni secondo sembrava un’ora per me, per la mia mente confusa, per il mio cuore dolorante. Dentro, ancora l’eco del suo ultimo bacio, leggero, soffice e dolce più del miele.
“Beh, credo che ci metterà un po’. Non è facile sai. Meglio ce ti riaccompagno a casa.”. Il mio corpo rifiutava di muoversi.
“Tornerà?”, sussurrai.
“Sicuramente. Solo ci metterà un po’. Dai, vieni, dimmi dove abiti.”
Lo seguii a malincuore, lasciare quel letto era come lasciare una parte di me. Persino tutti gli interrogativi che mi ero posta fino a due secondi prima sembravano banali ora, di fronte al fatto che Thomas non sarebbe tornato a casa con me, e che avrei rischiato di non vederlo più. Diedi indicazioni sommarie al vecchietto, e quando mi trovai di fronte a casa mia, in procinto di scendere, mi risvegliai dall’apatia che mi aveva preso.
“Mi scusi! Ma io come faccio a sapere quando Thomas si sveglia?!? E dove posso trovare lei?!? Mi deve spiegare ancora un sacco di cose.”
Il vecchietto mi sorrise, aprì il cruscotto e su un pezzo da carta scrisse un indirizzo.
“Sul campanello c’è scritto Alessandro, il mio nome, ma non credo che tu ti possa confondere. Vieni da me appena puoi.”. E se ne andò.
Entrando in casa guardai l’indirizzo: era in un paese vicino, facilmente raggiungibile con la bici. Ma ormai era tardi, i miei erano rientrati ed era escluso che potessi uscire di nuovo. Beh, ci andrò domani dopo la scuola, pensai.
Salii subito in camera, dicendo ai miei che saltavo la cena, e mi fermai solo per prendere un paio di pile nuove dal cassetto della madia. Una volta arrivata in camera mia mi buttai sul letto e cambiai le batterie alla macchina fotografica, che erano uscite nella caduta, e sperai che funzionasse ancora. L’accesi: funzionava. Avevo intenzione di passare tutta la sera a guardare le foto di Thomas, continuando a chiedermi quando l’avrei rivisto, quando l’ultima foto mi distrasse da questi pensieri tristi. Era l’unica foto che Thomas mi avesse fatto, quella dopo la quale era stato male, io avevo avuto una strana sensazione ed era arrivato il vecchietto.
Dietro il mio viso confuso, colto nell’attimo in cui mi stavo girando, spiccavano due figure strane, dal volto arancione, dai capelli azzurri e dai grandi, enormi occhi viola.

giovedì 24 novembre 2011

La fantastica motivazione di un voto di merda che non mi meritavo.

Oggi ho visto la prova o..o
Ho fatto due errori. Una scrittura dimenticata (tralasciamo il fatto che non sapevo che era da fare, mea culpa, non ho seguito le lezioni -in ogni caso non c'era neanche nel libro m'ha detto la mia amica, io l'ho scoperto da alcune mie amiche la mattina prima della prova che poteva esserci anche se a quanto pare non m'han detto tutto, ma vabbè-) e ho sbagliato a posizionare un conto, come già pensavo.
DUE FOTTUTISSIMI ERRORI.
Per il primo m'ha tolto 4 punti e per il secondo 3.
MA SCHERZIAMO???
Cioè se uno fa tre errori o passa col 18 o è fottuto.
Altro che alzare la percentuale al 70% per passare! Se fai il conto del totale delle scritture e del totale dei conti da posizionare la percentuale sale al 90% per avere il minimo -.- -.- -.-
Gliel'ho chiesto, gli ho detto: 4 punti per una scrittura? e lei: eh sì, erano poche.
Poche? POCHE??? Forse saran state semplici (ma nemmeno, ha messo una cosa solo per confoderci che negli altri temi d'esame, TUTTI PIU' O MENO SULLE STESSE COSE anche se a distanza, non c'erano; più la scrittura che mi son dimenticata che me l'ha fatta cascare dal pero tanto che come ho detto NON C'ERA NEPPURE SUL LIBRO), ma poche proprio no. Erano 18 (le ho appena contate, c'è la soluzione in internet).
E i conti da sistemare erano 12.
Se mi togli 3 punti per conto e 4 per scrittura fatemi voi i calcoli della percentuale che serve fare per passare col minimo o..o

Detto questo sono disgustata. La profe che mi faceva poi ogni tre per due: "peccato, peccato" e "se lo vuoi rifare intero a gennaio hai tutto il tempo per rifiutarlo, anche il giorno stesso dell'esame basta che ci dici che vuoi fare la prova intera e ti spostiamo" è stata la cigliegina sulla torta.

Non so più che dire và, DELUSIONE ASSURDA.

martedì 22 novembre 2011

Università (o meglio, professori) di merda è.é

ULTRAMEGAIPEREXTRAINCAZZATURA.
L'esame l'ho fatto, tutto bene.
Il voto è uscito oggi.
Totale? 23.
NON FARMI RIDERE. -.-
Io vengo da ragioneria. Ero la più brava della classe nella materia. E l'esame era di ragioneria. I miei vecchi compagni, caso strano, hanno preso 30. -.-
Ora, lo so che io e le mie due amiche e la profe non ci possiam vedere. Ci ha rimproverate una volta in classe, in ogni caso da allora non frequentiamo più. Le mie amiche se ne sono andate a seguire con un'altra, io sarò andata 2 volte a lezione. Premetto che a inizio corso aveva detto che potevamo usare i conti che avevamo imparato alle superiori, cosa che ho fatto (anche se non tutti erano diversi, badate bene). Ora, io posso avere il dubbio di aver sbagliato due cose, ma quelle due cose non mi possono far scendere il voto da 30 a 23. E le mie amiche, che si ammazzano di studio da due mesi, non sono neppure passate. O mi hai considerato i conti sbagliati perchè non erano i suoi (cosa che non ha senso sia a fronte della sua stessa dichiarazione sia del fatto che le poche lezioni che ho seguito, prima che rimproverasse noi, rimproverava quelli dietro dicendo "se non volete seguire potete pure andarvene invece di far casino, tanto non è necessaria la frequenza" e in ogni caso nel libro stesso usava denominazioni differenti fra la teoria e la pratica, quali prendere se non segui e non lo sai?) o mi ha puntato perchè non mi sopporta (o non sopporta le mie amiche, che ne so). -.-
FATTO STA CHE E' RIDICOLO.
Giovedì, che posso visionare la prova, voglio proprio vedere che scuse mi tira fuori.

lunedì 21 novembre 2011

Esami, capitolo dodici


Domani ho un esame o..o boh, sono così così... La materia l'ho studiata praticamente sempre alle superiori (ragioneria, insomma...) però se dico che sono tranquilla poi so che andrà male -.- quindi rimango in sospeso. In ogni caso, domani sarà tutto finito e mi aspettano ben 5 giorni di ozio totale prima di riprendere l'università. Evviva! =D
Per i festeggiameti anticipati, vi posto il prossimo capitolo u.u
Buona lettura! =3


Capitolo 12

Fu una lunga notte. Io e Thomas eravamo entrambi sdraiati sul mio letto, mano nella mano, dopo aver passato ore e ore a parlare, più qualche ora in cui mi addormentai e lui rimase a guardarmi.
Ma il mattino dopo, sabato, non ce la facevo proprio ad alzarmi dal letto. Da una parte volevo stare sola con Thomas e stringermi a lui, baciarlo, dirgli che lo amavo; dall’altra volevo star da sola a riflettere su tutto quello che era accaduto.
Probabilmente comunque il mio corpo reagiva in modo eccessivo alla vicinanza con Thomas e alla confusione che avevo in testa, visto che scoprii che la mia non voglia di alzarmi era legata al fatto che avevo quasi trentotto di febbre. Appena mia mamma finì di misurarmela, Thomas strisciò silenzioso fuori dalla mia camera per lasciarmi riposare in pace.
Nonostante la febbre, la mia mente era lucida. Passai tutta la mattina a riflettere.
Il pomeriggio la febbre era scesa, ma dissi a Chiara e Lucia che ero troppo stanca per uscire. Restai da sola con Thomas.
Lui si era ripreso completamente dalla malattia, e riprendemmo le ricerche per scoprire cosa fosse. Mi disse che mentre durante quei minuti terribili avevo ricordato qualcosa, delle immagini perlopiù, di una grande casa bianca e di una faccia, il viso di un vecchietto che sorrideva gentile.
“Forse è la tua casa!”, esclamai, “Sai dove è? Dobbiamo trovarla. Oppure ci abita il nonnino!”
“Non lo so amore. Non posso ricordare nient’altro… E’ sbagliato.”
“Ma perché? E’ la tua vita. Potrebbe aiutarci a scoprire cosa sei!”
“Mmmh.”
Thomas non andava mai oltre queste risposte. Diceva solo che non poteva ricordare, anche se non sapeva bene il perché. Un po’ mi arrabbiavo, però poi preferivo non contraddirlo. Mi convincevo che doveva esserci un motivo valido, che sarebbe saltato fuori più avanti. Intanto, dovevamo passare all’azione.
“Prima Chiara m’ha detto che domani pomeriggio lei e Lucia vanno in disco. Quindi abbiamo tutto il giorno per girare tranquillamente alla ricerca della casa bianca.”, dissi.
“E soprattutto per uscire con te. Sarà il nostro primo appuntamento.”
“Certo.”. Ero sempre più decisa a scoprire la verità.
Così il giorno dopo mi alzai di buon ora e mi preparai. Aspettai che i miei uscissero per il consueto giro dagli amici, e mi avviai.
Prima di uscire di casa, passando dal salotto, vidi la macchina fotografica appoggiata sulla madia del telefono, e la presi. Allo sguardo interrogativo di Thomas risposi con un sorriso: “Magari scopriamo che esci nelle foto.” Così gliene feci una di sorpresa, mentre stava davanti alla porta. Guardai nello schermo: la perfetta replica di Thomas mi fissava perplessa dalla macchina fotografica.
“Ehi, funziona!”, esclamai.
“Ma non vale. E’ ovvio che te mi puoi vedere, lo fai sempre. E adesso usciamo và.”
Per tutto il pomeriggio mi divertii a scattargli foto a sorpresa mentre giravamo per il paese in cerca della grande casa bianca, finché Thomas non si stancò e mi requisì la macchina fotografica.
“Ridammela! Pensa se ci vede qualcuno! Come la spiego una macchina fotografica che vola?!?”. Per fortuna la strada era deserta.
“Adesso basta! Voglio anch’io una foto tua.” E me la scattò.
In quel momento accaddero tre cose contemporaneamente: Thomas urlò di dolore e cadde a terra con la macchina fotografica, io sentii una presenza strana dietro di me e mi voltai di scatto, e vidi un vecchietto correrci incontro urlando il nome di Thomas. Non feci neanche a tempo a rigirami per chiedere a Thomas cos’era successo - la presenza era scomparsa - che il vecchietto ci raggiunse.
“Thomas!”, esclamò, senza fiato, “Nipote mio, non sai quanto ti ho cercato!”

sabato 19 novembre 2011

Esperienza orribile ;______;

Riporto da fb una cosa che m'è successa oggi pomeriggio e che non augurerei a nessuno...

Ma vi pare possibile che mentre aprivo la finestra del bagno per pulire sono piovute in testa a me e mio fratello qualcosa come diecimila cimici????? *NOME* queste sono cose che dovrebbero capitare a te, non a me!!
A:  oddeo O.o io sarei morta O.O
IO: infatti abbiam cacciato un urlo che come minimo sè sentito dall'altra parte del paese... Poi sono scesa da mia ma a farmi controllare se avevo cimici nei capelli... E poi armata di aspirapolvere e con la tremarella alle gambe ho aspirato tutte quelle stronze è.é
A: oddio ç.ç
IO: poi una volta finito di aspirare ho passato lo stracio e aprendo la finestra mi sono resa conto che ce n'era un altra... E sono diventate due quando sono corsa a chiuderla! Ma dove cappero si nascondono???? ;__; credo che per tutto l'inverno non avrò più il coraggio di aprire le finestre ;__;
Il resto del dialogo ve lo risparmio, tanto ho detto tutto quello che c'era da dire... Che brividi solo a ripensarci... Brrr. 

martedì 15 novembre 2011

Nuova storia, capitolo undici

Sono rimasta talmente delusa da Inheritance (l'ultimo libro di Eragon) che al commento provocatorio di una persona "Provateci voi a scrivere un fantasy!" (persona che difendeva a spada tratta il libro, palesemente illogico soprattutto nel finale) ho ripreso in mano qualche vecchia idea (ovvero l'inizio e la fine di una storia che dovevo ancora ideare XD) e ci ho costruito attorno tutta la storia, tutta la trama delineata, come non ho MAI fatto (e difatti nell'altro libro che stavo scrivendo sono bloccata, non so cosa inventarmi e poi come legare inizio e fine, ma passerà). Ho iniziato a scrivere e ho fatto i primi tre capitoli. Mi manca qualche dettagli da definire, qualche scena da inventare ma il resto è tutto pronto. Ora, appena avrò dato l'esame che devo il 22 (soprattutto devo iniziare ad prire i libri =..=) mi ci metto al lavoro seriamente e f*****o tutti. Non so se lo pubblicherò mai sul blog, perchè se ne esce una cosa carina lo proverò a mandare alle case editrici. Ma accetto la sfida, dannata commentatrice di libri senza senso, e vedremo come sarà alla fine.
Detto questo, che ho notato essere un trionfo di parentesi, ecco a voi l'undicesimo capitolo della mia piccola storia =)

Capitolo undici

“Ti amo”, sussurrai di nuovo.
“Ti amo”, dissi di nuovo alzando la voce. Un solo singhiozzo sfuggì dalle mie labbra.
“Ti amo!”, questa volta quasi lo gridai.
E Thomas aprì gli occhi. Sembrò non vedere quello che realmente gli stava accadendo intorno, poi mise a fuoco la realtà e iniziò a respirare come se avesse la febbre, l’aria usciva spezzata e veloce dalla sua bocca; gli occhi socchiusi e il viso che tradiva il dolore che lo consumava.
Tuttavia si girò verso di me.
“Ti amo anch’io.”, disse.
Ero paralizzata dalle parole che erano appena uscite dalle sue labbra pallide. “Ma tu sei morto…”
“No, certo che no”
“Il tuo cuore… Non… Non…”
“Il mio cuore non batte mai.”, mi spiegò Thomas sorridendo, prendendo la mia mano destra e poggiandola sul suo cuore. Non batteva.
Una sorta di crisi isterica mi invase. Iniziai a singhiozzare fortemente, avevo delle specie di convulsioni.
Thomas sembrava essersi ripreso del tutto, si alzò e mi cinse le spalle con le braccia.
Mi cullò dolcemente, per quella che mi sembrò un’eternità.
Quando mi calmai, iniziò a parlarmi: “Tu… Mi ami davvero? Perché vedi, io… Non sapevo come dirtelo e…”
“Certo che ti amo.”, sussurrai meravigliata. Alzai la testa e lo guardai.
Anche lui mi fissò. I nostri occhi si perdevano gli uni negli altri… E poi, il mio sguardo si spostò. Sulle sue labbra, sottili e rosee… Mi incantai a guardare ogni minuscola piega. Senza rendermene conto, alzai una mano verso di lui, che mi teneva ancora abbracciata; verso il suo viso… Lo sfiorai delicatamente con le dita, prima una guancia e poi le labbra, che non avevo mai smesso di fissare.
E lui si chinò verso di me. Sempre più vicino… Sempre più vicino… Il mio cuore stava per esplodere.
Quando la sua bocca trovò la mia, chiusi gli occhi. Fu un bacio dolce, ma ardente allo stesso tempo.
Un bacio a stampo, ma molto passionale, carico di significato.
Non mi volevo staccare da lui. Poi sentimmo una porta sbattere, al piano di sotto, e sussultammo sorpresi.
“Giulia ci sei?”. Era la voce di mio padre, tornato prima dal lavoro.
“Merda”, sussurrai a mezza voce, e poi: “Sì papà sono qui!”
Mi fiondai veloce in bagno, ringraziando il cielo che ce ne fosse uno anche al primo piano.
Dovevo rendermi presentabile, ero appena uscita da una crisi isterica e sopraffatta dal bacio con Thomas; le mie emozioni si agitavano confuse dentro di me. Avevo proprio un aspetto orribile, mi resi conto guardandomi allo specchio. Decisi che l’unica soluzione era una lunga doccia calda, e ritornai in camera solo dopo un’abbondante mezz’ora, pulita e più rilassata. Avevo fatto un po’ di chiarezza in me.
Thomas mi aspettava, seduto sul letto. Appena mi vide in accappatoio si alzò e uscì dalla camera, lasciandomi il tempo di cambiarmi.
Quando rientrò, mi trovò sdraiata sul letto a pancia in su, nel mio solito pigiamino bianco a maialini. Si stese accanto a me, e mi prese una ciocca di capelli tra le dita.
Mi voltai con il viso verso di lui. Mi stava guardando.
“Sai io…”, iniziò. “Non te l’ho detto prima perché non mi sembrava giusto.”
“In che senso?”, chiesi.
“Io non sono come te. E’ difficile da spiegare… Vedi, se anche tu avessi ricambiato i miei sentimenti… Io… Non posso uscire con te, non posso stare con te come farebbe un qualsiasi ragazzo.”. Mi fissò intensamente negli occhi. “Solo tu puoi vedermi. Io non so cosa sono, ma non posso renderti felice nella mia condizione.”
I miei occhi volevano riempirsi di lacrime, ma le ricacciai indietro. Stava esprimendo tutti i miei dubbi e le mie paure.
Potevo tirarmi indietro. Sapevo che se avessi ceduto ai miei sentimenti avrei vissuto tutta la mia vita soffrendo. Tutta la mia vita da sola, agli occhi degli altri; con Thomas, per me.
Ma capita a volte di esserci troppo dentro. Non potevo rinunciare a lui, io lo amavo. Lo amavo troppo. Se gli avessi chiesto di andarsene (e sono sicura che lo avrebbe fatto pur di non ferirmi, anche se ero il suo solo collegamento col mondo), che ne sarebbe stato di me? Non sarei mai riuscita a guarire. Il mio amore per lui si sarebbe trasformato in dolore, e avrei continuato a provarlo per sempre… Decisamente, ci ero troppo dentro.
“Ma io voglio solo te.”, risposi. “Qualsiasi cosa tu sia… Io sono felice solo se ti ho accanto.”
“Se è questo che vuoi.”
“Per sempre.”.
E si avvicinò a baciarmi ancora.

martedì 25 ottobre 2011

La bellezza di una vita lenta passata d inseguire i propri sogni...

Ultimamente mi sono messa a cercare l'anime di Aria... E' un manga bellissimo che ho conosciuto tramite una mia amica di penna... Non ho tutti i volumetti, solo il primo, ma ne lessi un bel pò tramite un'altra mia amica... Peccato che la produzione si sia interrotta in italia.
E' un manga diverso perchè non è la classica storia di amore, o di alieni, o del futuro: è semplice e puro, parla dell'amore della protagonista per il suo sogno di diventare undine... Per farlo lascia la terra per trasferirsi su marte, ora reso abitabile e chiamato Acqua, dove è riprodotta la città di Venezia chiamata Neo Venezia... Circondata da diverse isolette di stampo più giapponese... C'è amicizia, ci sono sorrisi, c'è bellzza d'animo e grande profondità... Mi piace moltissimo!
E la prima cosa che ho notato dell'anime è stata l'opening, seguita dalla ending.
Sono favolose, perfetamente adatte a questo tipo di opera.
Leggere e con quel senso di benessere che ti fa sorridere, e allo stesso tempo malinconiche di una malinconia bella, senza rimpianto. La malinconia che deve aver provato Akari ad abbandonare tutto per inseguire il suo sogno.
Ve le posto, perchè meritano veramente.


venerdì 21 ottobre 2011

Sono tornata, Capitolo dieci

Sono tornata, scusate l'assenza. E' un pò così in questo periodo... Università, Lorenzo, raffreddore, i miei... Grazie per i nuovi commenti che ho trovato, vedrò di passare dai nuovi lettori e da quelli vecchi =)
Ecco a voi il nuovo capitolo! =)


Capitolo dieci

Passò un’altra settimana senza che succedesse nulla. Chiara continuava a chiamarmi per parlare del suo periodo di prova, dicendomi come fosse nettamente superiore professionalmente rispetto all’altra ragazza ‘che non aveva niente di meglio da fare che rompere bicchieri e cercare di abbindolare giovani clienti, e non era pure neanche tanto bella’. Lucia stava progettando un week-end da favola con il suo amato Andrea, sfruttando il fatto che i genitori di lei erano tutti e due fuori casa (suo padre per lavoro e sua madre a trovare la nonna). Lei continuava a insistere che sarebbe stato un finesettimana romanticissimo, stava già organizzando una cenetta coi fiocchi, ma io e Chiara eravamo più propense a credere che non si sarebbero trattenuti e alla fine si sarebbero dati ‘alla pazza gioia’, e addio romanticismo.
Quanto a Thomas, non era più stato male. Con il passare dei giorni, l’ombra sul suo viso sbiadiva, e la mia preoccupazione diminuiva di conseguenza. Ma ero ancora confusa. Nessuno aveva più parlato del giorno in cui ero scoppiata a piangere, e da una parte era meglio così, però mi sentivo profondamente agitata. Come potevo fare a confessargli il mio amore? E se poi mi rifiutava?
Non ero esperta in quel campo, e chiedere aiuto alle mie amiche era fuori discussione: avrebbero voluto sapere troppi particolari, che non potevo spiegare. Inoltre, Thomas si comportava come se non fosse successo niente, rideva e scherzava come prima ma non si era più avvicinato a me al punto da toccarmi. O da darmi un bacio sulla fronte. Dal canto mio, sembravo aver esaurito tutto il coraggio. L’istinto che mi guidava era misteriosamente sparito, ma continuavo ad avere una voglia matta di toccargli il viso, di abbracciarlo…
Poi, venerdì pomeriggio, dopo un’estenuante giornata di scuola piena d’interrogazioni, entrando in camera mia vidi Thomas cadere sul mio letto. Era seduto sul bordo, come al solito, che aspettava il mio ritorno dal bagno; ma quando i nostri occhi si erano incrociati aveva perso i sensi.
“No!”, gridai, con tutto il fiato che avevo in gola.
“Thomas! Thomas, mi senti?!?”. Inutile. Non reagiva in nessun modo a nessuna sollecitazione. Con orrore, mi accorsi che sembrava morto.
Per la prima volta in vita mia, gli appoggiai una mano sul cuore.
Non batteva. Mi sentii come se mi fosse mancata la terra sotto i piedi. Il terrore e il dolore dilagarono in me, ma invece di farmi sconfiggere cercai un po’ di lucidità. Non batti, eh? Ti farò battere io, disse una voce da qualche parte in me, e iniziai a fargli la respirazione bocca a bocca.
Fu solo dopo un quarto d’ora che mi arresi. In realtà, non capivo quanto tempo fosse passato, ero persa nella mia stessa mente. Lacrime silenziose iniziarono a rigarmi le guance. E la terribile verità si fece strada in me: Thomas era morto.
Fu peggio di una pugnalata al cuore. Schegge di ghiaccio incandescente mi penetrarono in ogni punto possibile, togliendomi il fiato; gli occhi mi si sbarrarono e caddi con la testa sul suo petto. In me, solo dolore. Passò ancora del tempo, poi una strana consapevolezza si fece strada in me: non avrei più potuto dirgli che lo amavo.
Che stupida che ero stata, a perdermi in preoccupazioni futili, dimenticandomi tutte le altre volte in cui lui era stato male, quando la risposta era così chiara nel mio cuore! Quando il modo per affrontare l’argomento era sempre stato dentro di me. I singhiozzi si fecero strada nella mia gola fino a trovare un’uscita, e sollevando la testa lo guardai dritto in faccia.
Era bellissimo, come sempre. Sembrava dormire. I suoi occhi, scuri come due pozzi senza fondo, erano chiusi. I suoi capelli, neri intensi, sparpagliati intorno alla sua testa; la sua bocca leggermente aperta. L’unico modo per affrontare l’argomento si fece strada in me, salendo dal ventre fino a trovare le mie labbra.
“Ti amo”, sussurrai.

giovedì 29 settembre 2011

Come acqua tra le dita

Sto male.
Insomma, non fisicamente, e anche per il resto la mia vita procede come sempre...
Però. Però... Mi sento strana. E' come se stessi mettendo in discussione tutta me stessa, i miei sogni, le mie aspirazioni... Il mio futuro. Guardo cose che non vorrei. E scappo di nuovo.
Perchè la fuga è una costante della mia vita? Tutto va bene, ma in realtà, non sono al sicuro in nessun posto.
Ah, come vorrei una storia d'amore da anime! Non perchè la mia sia insoddisfacente. Perchè la storia perfetta è irrealizzabile. Esiste nei sogni e nulla più, e forse per qusto la desidero. Desidero qualcosa di irraggiungibile per me. Desidero strapparmi i sentimenti dal cuore e rinascere in una nuova vita.
Ma non sto forse scappando anche adesso?
C'è chi dice che correndo verso le cose irraggiungibili il mondo si colora. Ma il mio andare oltre con la fantasia e il mio restare con i piedi per terra nella realtà, non sono forse una contraddizione? Un desiderio di fuga profonda, ancorata a terra dalla responsabilità, col terrore nel cuore? E responsabilità verso chi, infondo?
Sarebbe bello poter rispondere semplicemente a sè stessi. Se mutassi il corso delle cose, ferirei sicuramente qualcuno. E non è detto che il cambiamento mi porti la vera felicità.
Alla fine, ho cambiato già più di una volta... Momenti di serenità passeggeri e nulla più. A questo ha portato il mio chiudermi in me stessa.
Sto pagando ancora. Non riesco a parlarne, perchè ho paura. Di non essere compresa, di essere evitata, del male che causerei. Di potermi fare ancora più male. Cosa sono alla fine i miei amici per me? Mi diverto, mi faccio regalare quei momenti di istantanea ed effimera felicità.
Nel profondo del cuore, sono ancora sola. Ferma a quel giorno, mentre mi dico "lo sentirò la prossima volta". Sicuramente ci sarà una prossima volta. E allora starò meglio e peggio insieme.
I miei desideri sono incoerenti. Anche se fosse possibile tornare indietro o andare avanti... Non cambierebbe nulla. Resterei sempre lì in piedi, in attesa, come sono ora e come sono stata.
Fuggire ancora? Il problema non posso più affrontarlo. Il problema non esiste, nè per mè nè per chi mi sta accanto. Ma mi sento costantemente come se gli stessi scappando.
E' davvero acqua tra le dita quella che sento. L'essenza di una cosa importante che mi sfugge e che non posso trattenere. Gli errori e le vittorie, le gioie, le sconfitte, e il mio dolore. Un cuore che si stringe. L'origine non c'è più... E' un fiume che ho perso mentre correvo con quest'acqua in mano. La volevo portare con me, e invece è scivolata. Tra le mie dita come lacrime rimane solo il rimpianto di non averla saputa afferrare.

mercoledì 31 agosto 2011

Grazie, Elena! =D

Oddeo, non pensavo di fare mai un post con un titolo così in vita mia o.O
Non per te Elenuccia, ci mancherebbe XD ma il nome Elena lo associo a due persone che non posso vedere in genere XD
Comunque, il grazie è per la stupenda canzone che mi hai fatto scoprire! =D *-* me ne sono innamorata *-*
E per fare innamorare anche chi mi segue... Eccola!! *-*

venerdì 19 agosto 2011

Capitolo nove

Capitolo nove

Quando mi svegliai, mi ritrovai nella stessa posizione della sera precedente, con la sola aggiunta che Thomas aveva appoggiato una mano sulla mia e la stringeva delicatamente. Aveva gli occhi chiusi.
Volevo restare così per sempre, immersa in quel momento di contemplazione beata, ma dovevo andare in bagno. Stupide esigenze umane, pensai, dirigendomi irritata verso il bagno cinque minuti dopo. Quando tornai a letto, il momento magico era passato e trovai Thomas in piedi accanto alla finestra.
“Buona notte.”, sussurrai ributtandomi sul letto, conscia che non sarei più riuscita ad addormentarmi anche se erano solo le cinque del mattino.
“Notte…”. Mi girai a pancia in su, guardandolo. Thomas si girò verso di me. Si avvicinò piano, e si sedette sul bordo del letto. Poi, dopo avermi valutata intensamente, sembrò giungere a una conclusione: così abbassò il capo e mi diede un veloce bacio sulla fronte.
Parve turbato dal suo stesso gesto, tanto che si alzò e uscì dalla stanza, lasciandomi sola con la mia confusione, ma completamente sveglia e immobile per la sorpresa e l’emozione.
Dopo cinque interminabili minuti mi alzai (avevo ripreso il controllo del mio corpo) e lo cercai. Era in sala, accanto alla finestra, e guardava fuori.
“Thomas…”, iniziai incerta; non sapevo come proseguire.
“Scusami. Non so che mi sia preso.”. Non mi guardava, continuava a tenere gli occhi fissi sulla strada, fuori.
Come la sera prima, fui presa dall’istinto irrefrenabile di toccarlo, e mi avvicinai. Gli sfiorai il braccio destro, scendendo fino alla sua mano. Thomas non fece una piega; anzi, aprì il palmo permettendomi di stringergli le dita. Restammo così fino alle cinque e mezza, quando si alzò mio padre e io me ne tornai a letto per non farmi vedere da lui. Non riuscii più a dormire, come avevo previsto, ma pensai.
Perché mi hai dato quel bacio? Forse ti interesso anch’io? Ma allora perché ti tiri indietro? Nella mia mente vagavano confuse queste domande. Non riuscivo a capire… Mi sembrava così improbabile che Thomas potesse provare per me ciò che io provavo per lui. O anche di meno. Io ero il suo unico collegamento con il resto del mondo, ma avevo sempre pensato che se non fosse stato per quello non si sarebbe fermato da me così a lungo. Forse ora era diverso, certo, era in costruzione una debole amicizia. Ma ci sarebbero voluti mesi perché lui si affezionasse a me seriamente, a meno che un’emozione potente come quella che provavo io non avesse sconvolto anche lui. Mi sembrava così improbabile però; non vi erano indizi per capirlo. E poi, sono solo una ragazza normale… Mi dissi. L’unica cosa che vantavo era un bel paio di occhi azzurri, tutto qui. Decisamente troppo poco per poter attrarre la sua attenzione…
Mi trascinai a scuola stanca, visto l’alzataccia della mattina, e piuttosto irritabile. Trattai male Luca, che cercava di conversare con me a proposito del nuovo lavoro di Chiara, ma misi fine alle sue chiacchiere poggiando la testa sul banco e chiudendo gli occhi mentre suonava la campanella dell’intervallo. Il mio compagno di banco mi gettò un’occhiata rassegnata prima di arrendersi ed alzarsi per andare a parlare con Lucia, sicuramente molto più collaborativa di me.
Tornai a casa che ero ancora uno straccio.
“Ho mal di testa, vado a sdraiarmi un po’”, dissi a mia madre, che stava uscendo di casa.
“Ok… Se poi ti viene fame c’è una bistecca da scaldare nel frigorifero. Ciao ciao!”.
Mi avviai stancamente verso il piano superiore. Una volta arrivata in camera mia, mi lasciai cadere pesantemente sul letto, troppo stanca anche per farmi assalire dai pensieri confusi e svolazzanti della mattina, ma non feci tempo ad addormentarmi che Thomas svenne di nuovo.
“Thomas!”, scattai, alzandomi dal letto. Mi avvicinai al pavimento, dove era caduto, e lo scossi. Dopo due minuti, nei quali il panico era riuscito a farsi strada dentro di me, aprì gli occhi.
“Ricordo…”, iniziò, poi sembrò perdersi nei suoi stessi occhi e due secondi dopo li richiuse.
“Thomas! Svegliati!”. La mia voce rasentava l’isteria.
“Occhi. Viola.”, disse quando riprese coscienza.
“Mio Dio, stai bene?!?”, gli chiesi quando vidi i suoi occhi mettermi a fuoco. Poi lo abbracciai stingendolo forte a me, e le lacrime iniziarono a scorrere sulle mie guancie.
“Giulia… Giulia… Sono qui… Che c’è? Che è successo?”
“Dimmelo tu… Dimmelo tu…”, singhiozzai, “Sei svenuto… E poi… E poi… Hai detto di aver visto degli occhi viola… E poi… E poi… Non so…”
“Ssssh… Ssssh, Giulia…”. In qualche modo riuscimmo a metterci seduti, sul pavimento, ma io ero troppo sconvolta per potermi alzare in piedi. Piangevo a dirotto ormai, ero così confusa dalla scena a cui avevo appena assistito; non potevo tollerare il fatto di averlo visto così indifeso, così debole… Quando lui da giorni ormai diceva che avvertiva un pericolo, e che mi avrebbe protetta… E lo amavo. Con tutta me stessa, non potevo più negare quella verità. Come avevo creduto possibile far finta di niente? Come potevo pensare di continuare a vivere normalmente, dopo che Thomas era arrivato e mi aveva sconvolto il cuore, l’esistenza? Non sapevo più che fare. Lottavo contro l’esigenza di dirglielo, era come una necessità fisica, e il mio timore di venire respinta. Il suo preoccuparsi per me, il suo volermi proteggere, il bacio in fronte di quella mattina, erano segni dalla difficile interpretazione, che ora come non mai si ripresentavano nella mia mente per sconvolgermi ulteriormente. Cosa dovevo fare?
Non so cosa vide Thomas in quel momento, non so cosa sentì nel mio pianto. Ma forse colse almeno un po’ di ciò che mi si agitava dentro, perché si avvicinò e mi strinse piano. Restammo così finché non mi calmai, forse minuti o forse ore. La mia mente smise di agitarsi e lasciò spazio per il vuoto. Nulla.
Con un riflesso incondizionato, spostai le mie braccia finché le mie mani non si ricongiunsero dietro la sua schiena. Ancora niente occupava la mia mente. Sentivo le farfalle nel mio stomaco, il mio battito accelerato, il mio respiro più corto, ma era come se fossi fuori dal mio corpo. Ero solo una spettatrice di ciò che mi stava succedendo, e non riuscivo neanche a capire bene lo spettacolo…
Mi ricomposi, trovai i fili per rientrare in possesso del mio corpo e quasi con dolore mi staccai da Thomas. Andai in bagno a sistemarmi, sembravo un demone dopo aver pianto. Poi ritornai in camera e mi sedetti sul letto.
“Occhi viola?”, chiesi, con un tono di voce indefinibile e vagamente formale.
“Sì.”. Nel frattempo Thomas si era seduto sulla sedia della mia scrivania. “Sto cercando di capire cos’ho ricordato…  Ma l’unica impressione sono grandi occhi viola. E la sensazione di sbagliato, di pericolo, di paura. Solo questo.”. Si interruppe un attimo. “Io non dovevo ricordare. Sentivo che stavano riemergendo altri ricordi, ma li ho bloccati… E per questo che sono svenuto, credo. Non so quanto a lungo potrò resistere… Non lo so.”, finì, prendendosi la testa fra le mani.
Purtroppo non sapevo cosa rispondere.

lunedì 1 agosto 2011

Non ammalatevi mai d'amore...

Vi auguro con tutto il cuore di non soffrire mai per amore. Non ammalatevi... E' una malattia che non si può vincere.
Per quanti anni possano passare, per quanti passi si facciano in avanti, per quanto io corra verso il futoro, dimentichi visi, nomi, luoghi... Basta un niente. Una canzone, un profumo, delle sillabe sussurrate al vento.
E lì capisci che non sei guarita e che non guarirai mai.
Non so perchè succeda. Non so se succede solo con determinati tipi di amore. Non so se può variare da persona a persona, e in questo caso perchè sia capitato proprio a me.
Ma fa male.
Pensavo che il peggio fosse passato. Pensavo che sul momento facesse più male, che col tempo sarebbe migliorato, che era questione di ore, giorni, mesi.
Pensavo che ne sarei uscita. Non è così.
E quando succede, quando il dolore è così forte da mozzarti il respiro e da farti desiderare di poterti strappare il cuore con le mani, allora capisci che è una battaglia che hai già perso in partenza. Che il dolore fa impazzire, che non è colpa del sonno, dell'estate o degli ormoni se sono così, che è quel male che ti condiziona sempre e per sempre, che per quanto tu ti sforzi di non pensarci, dimenticare, è tutto inutile.



Mi sento così. Sto fuggendo da tutti ma il sole è abbagliante. Devo sorridere ancora ed ancora, ma le mie gambe corrono verso una destinazione impossibile, e dentro di me, sto ancora scappando da quei giorni.

venerdì 22 luglio 2011

Inquietudine, Capitolo otto

C'è stato un momento l'altra sera, mentre parlavo con Riccardo nel buio sotto le coperte, che il mio cuore ha sussultato ancora. Mi sono sentita mancare il fiato per un secondo e i miei occhi pungevano mentre frenavo un improvviso accesso di lacrime. Non so come sia potuto succedere. Non so come sia bastato un alito di vento per riportare tutto in cima. Una parola sussurrata nella notte e un uragano è esploso.
Ci ho messo un secondo, un secondo lungo e sconvolgente, e l'ho ricacciato indietro. Ho fatto un respiro profondo e il mare è tornato calmo. Ma una domanda, la solita domanda, si è fatta strada fra i battiti del mio cuore accellerato dalla paura, e ancora non trovo una risposta: perché?

-----------------------------------

Capitolo otto

Il lunedì successivo il senso d’inquietudine non m’aveva ancora abbandonato del tutto, ma cercai di non badarci. Thomas si comportava come al solito, ovvero standomi vicinissimo, e soltanto  tratti un’ombra attraversava il suo volto, facendo capire quanto la mia paura lo avesse turbato.
Tuttavia, dopo cena, appena mi fui stesa sul letto di camera mia, si avvicinò e mi disse: “C’è qualcosa che non va.”
Subito scattai a sedere. “Cosa?”, chiesi.
“Non lo so…”
“Cosa ti turba, Thomas?”. I miei sentimenti si agitarono confusi, mentre si girava a fissarmi intensamente con i suoi occhi scuri come pozzi.
“Sento… Un forte pericolo. Di più non so.”
“Forse… Forse stai iniziando a ricordare, non trovi?”
“Non lo so.”. Si sedette sul bordo del letto, senza smettere di guardarmi. “Però una cosa la so. Devo, anzi, voglio proteggerti.”
Non sapevo cosa dire. Restammo così, a fissarci, per qualche minuto, poi mi risdraiai incrociando le braccia sotto la testa. Probabilmente a un certo punto mi addormentai, persa nei miei pensieri, ma al mattino un’unica domanda mi sembrava davvero importante: perché vuole proteggermi?
Tuttavia, non gli chiesi niente e mi limitai a far passare il tempo normalmente.
Sabato, però, successe qualcosa di strano. Mi ero appena alzata e mi stavo preparando per un’altra noiosissima giornata di scuola quando, tornando in camera per vestirmi, trovai Thomas accasciato sul letto.
“Thomas! Che succede?!?”, domandai, con il cuore in gola. Prima ancora che potessi avvicinarmi, però, si rialzò e mi rispose: “Niente, niente.”
Accadde più o meno la stessa cosa anche nei giorni seguenti. Io ero molto preoccupata, ma Thomas non voleva dirmi niente, sembrava ancora più pallido del solito e l’ombra sul suo viso era diventata fissa. Credevo di non farcela. Il mio cuore non poteva sopportare il fatto che non mi parlasse di quello che gli stava capitando, ma più di tutto non riusciva ad accettare che stesse male.
Perché sì, stava male.
“Thomas, per favore, devi dirmelo. Non capisci che sono preoccupata per te?!?”, gli chiesi per l’ennesima volta.
“Non ho niente, sto bene…”
“Tu menti!”
“Giulia.”. Mi fissò negli occhi con una forza tale da scombussolarmi il cuore. “Non ho idea di cosa mi stia succedendo. Io… Sento che i miei ricordi stanno tornando…”
“Stai per capire chi sei?”. Ero ammutolita.
“No! Non posso ricordare!”
“Ma perché?”, chiesi con un filo di voce.
“Non lo so! Io non lo so! Seguo solo il mio istinto!”
Da quel giorno in poi lo lasciai in pace. Forse capì che non volevo affrontare più l’argomento e lo apprezzò, perché iniziammo a comportarci come se niente fosse. Ma io ero sempre più preoccupata, e lui sempre più teso.
Ovviamente i miei amici notarono subito che qualcosa non andava.
“Giulia ma dove sei con la testa?”, mi chiese Luca per l’ennesima volta, venerdì a scuola.
“Scusa. Che succede?”
“Ma non ti sei accorta che il Durpi ha mollato? Il prof di geografia l’ha appena ripreso davanti a tutta la classe; guarda: stanno ancora ridendo. E tu che fai? Fissi inebetita la lavagna. Se almeno ci fosse scritto qualcosa… Ma dove sei in questi giorni?”
Come al solito, incassai senza rispondere. Che potevo dire? Che il ragazzo-fantasma che amavo aveva improvvisi svenimenti dati da ricordi latenti che riemergevano ma che lui sentiva di non dover far emergere? Non volevo di certo finire al manicomio.
Ma Luca era quello che mi dava meno problemi. Chiara e Lucia, le mie amiche per la pelle da un vita, non si accontentavano delle mie risposte evasive. E quando appioppai loro la debole scusa dei ‘compiti che oramai erano diventati una pila enorme e insostenibile’, Lucia mi rispose: “Non cercare di darcela a bere. Ho chiesto a Luca, e lui sostiene che questo è un periodo morto… Tradotto, non hai niente da fare. No, qui c’entra qualcos’alto… Ti sta andando male con il tipo che ti piace?”
“No, Lucy. Non c’è nessuno che mi piace di conseguenza non mi sta andando male niente.”. L’unico motivo per cui le mie guance non si arrossarono e mi tradirono era perché stavo osservando preoccupata Thomas, dall’altro lato del tavolo, che portava una mano alla fronte socchiudendo gli occhi.
“E’ Eric! Dimmi la verità!”, insistette Lucia, seguendo il mio sguardo. Ovviamente, non poteva vedere Thomas, così i suoi occhi arrivarono ad un giovane biondino seduto dall’altra parte del locale, che aveva frequentato le medie insieme a noi ma con il quale non c’era mai stato un gran rapporto. Era il classico biondo-occhi-azzurri, a cui tutte morivano dietro e che faceva il cascamorto con tutte. Decisamente, non il mio tipo.
“No, Lu… Devo andare in bagno.”, finsi, alzandomi.
Non mi credette, e dovetti passare il resto del sabato e tutta la domenica a farle cambiare idea.
Fortunatamente, Chiara mi aiutò annunciando che finalmente aveva trovato lavoro. Così la domenica sera uscimmo tutte per festeggiare. Andammo al solito bar, meglio di niente, e Chiara ci raccontò tutto: “Mio padre è amico di un’amica che ha una sorella che ha questo bar. Niente di che, una ragazza è rimasta a casa perché aspetta un bambino e devono sostituirla. Mi ha detto che mi prende in prova e che domani alle otto devo essere da lei. Ha già un’altra ragazza in prova, fra due settimane ci fa sapere chi prende… Lo so, non è un granché, ma si lavora da lunedì a venerdì e anche la paga è buona…”
“Ma è grandioso invece!”, la incoraggiai. Era grandioso davvero, così i suoi non si sarebbero più lamentati. Io personalmente non li capivo; è vero che Chiara aveva smesso di studiare ma era sempre lei ad occuparsi della casa, pranzo e cena compresi. L’unica cosa che non faceva era la lavatrice, perché non era in grado. Ma non mi dimenticherò mai quella sera che ero a casa sua e sua madre stava cucinando (per la prima volta da anni a quella parte) e ha chiesto a Chiara: “Ma dov’è l’olio?? Perché è finito e non me l’hai detto??”. Cioè, io non so manco dov’è l’olio che ho in casa, se finisce la bottiglia che sta sul banco della cucina. E’ mia madre la regina dei fornelli… Il fatto che una madre non sappia queste cose basilari mi sconvolge.
“Sìì! Finalmente Chia! Hai già pensato a cosa ti comprerai con tutti quei soldi??? Ho visto una collana in centro che è stupenda, d’argento poi…”.
Ecco, adesso non le capivo più. Ma ero io a essere anormale o loro? Non concepivo come si potessero spendere dei soldi per delle cose così inutili. Dopo un po’ una collana smetti anche di metterla… Se ne passa a una più bella ecc… Non che non avessi gusto. Ma preferivo la bigiotteria classica, economica, che resisteva giusto il tempo che durava la tua infatuazione per quel particolare modello di gioiello. Ma stavolta, niente repliche. Ero contenta che la discussione si fosse spostata in un terreno più sicuro, e la aiutavo a prosperare.
Tornai a casa che erano solo le nove e mezza: visto che il giorno dopo Chiara iniziava a lavorare doveva andare a letto presto.
Mi sdraiai piano sul letto, mentre Thomas si sedeva accanto a me.
“Fammi spazio.”, mi sussurrò, come io poco tempo fa, tenendosi la testa. Mi spostai per farlo sdraiare, e poi, spinta da non so quale impulso incontrollabile, gli appoggiai una mano sulla guancia. Il mio cuore esplose, divenni rossissima e mi sforzai di respirare normalmente, trattenendo le farfalle nel mio stomaco. Lui aprì gli occhi, lentamente.
Restammo così, a guardarci, mentre sentivo la sua pelle sotto il mio palmo, finché non mi addormentai.

martedì 19 luglio 2011

I ricordi di Piton


Questo è stato il capitolo del libro e la parte di ogni film che più mi è piaciuta T.T
E' commovente ogni volta che lo vedo sento una gran pena per quel grand'uomo che è Severus Piton... Ovviamente il film non potrà mai essere come il libro ma in un certo senso vedere il dolore e la perdita dal vivo sulla faccia di Piton... E' stato.. Devastante... T.T
Però non viene approfondito molto bene il fatto che Lily da piccola considerava James un arrogante, e ha continuato a pensarla così almeno fino al quinto anno quando lei e Sev hanno litigato... Difatti hanno iniziato ad uscire insieme solo alla fine del settimo anno...
Per me anche Lily si era innamorata di Severus... Ma nn condivideva le sue scelte di vita e per questo è dovuta andare oltre... Ma Severus... T.T se solo fosse stato meno testardo... Beh, Harry non esisterebbe o.O
In ogni caso, sono sempre una fan di Lily & Severus. Per il mio personalissimo modo di vedere, Lily non ha mai amato James, o perlomeno era un amore diverso, erano piccoli momenti di gioia a costo di un grande amore perduto, e ovviamete questo vuoto solo Harry è riuscito a colmarlo almeno in parte. Lily, dopo aver perso Severus, non ha potuto far altro che amare suo figlio più di ogni altra cosa, molto più di James stesso...
E secondo me, Lily e Severus sono rinati in una nuova vita, per stare finalmente insieme e trovare la felicità che si meritavano. Sempre secondo me, Lily è rinata come Lily Potter, del tutto simile alla nonna, tranne per gli occhi. E Severus è rinato come Severus Prince, nipote del fratello di Eileen Prince, madre del "vero" Piton. E pure lui, del tutto simile a se stesso, a parte gli occhi, color azzurri, e la casa di Hogwarts, Grifondoro.
Ok ok, la mia fantasia corre troppo. Corre al punto da... No no XD meglio che mi  fermi qui XD
Ma sarebbe davvero un epilogo stupendo per questo grande amore *-*

venerdì 8 luglio 2011

Capitolo sette

Visto che è tantissimo che non aggiorno, ecco a voi il settimo capitolo!

Capitolo sette

“E così, oggi siamo solo io e te.”, salutai Chiara mentre mi avvicinavo. Eravamo fuori dal nostro solito bar e lei stava fumando una sigaretta.
“Eh già. L’ammazzerei per non esserci di sabato, ma è il loro primo anniversario… Beh, settimana prossima si farà perdonare.”. Si riferiva a Lucia ovviamente, e parlando mi soffiò il fumo in faccia. Io storsi il naso e feci due passi indietro: proprio non lo sopportavo.
Thomas, che era voluto venire anche quella sera, si spostò con me. Gli lanciai un’occhiata obliqua, chiedendomi il motivo del suo comportamento. Oramai mi stava sempre appiccicata, ero libera solo di andare in bagno e di cambiarmi. Era strano. Poi lui mi sorrise, e mi ritrovai a chiedermi a cosa stessi pensando, come al solito.
“Che hai?”, mi chiese Chiara.
“Cosa? No, no, niente…”
“Mh. Entriamo và. Fa un freddo cane, e siamo al sedici di settembre maledizione!”
Che strano. Io avevo molto caldo. Poi vidi Thomas entrare e mi fu subito chiaro il perché.
Cercando di non pensarci, per non arrossire troppo, mi sedetti vicino a Chiara.
“Ho un po’ di fame. Tu cosa prendi?”, mi chiese.
“Niente. Non ho molta fame.”, risposi. Eh già, nel mio stomaco svolazzavano beate solo le farfalle.
Lei mi lanciò un’altra occhiata strana (sapeva che in genere mangiavo come una vacca. Ovvio, era una delle mie due migliori amiche), tuttavia disse: “Gio! Fammi una piadina!”
“Che facciamo stasera?”, le chiesi per distrarla.
“Andiamo da Luca. L’ho sentito oggi, ci porta mia madre.”
Perciò verso le otto eravamo davanti a casa del mio compagno di banco, che ci salutò con un sorriso.
Tutto sommato la serata trascorse tranquilla. Arrivai a casa presto, per le undici, e stavolta mi struccai ben bene prima di andare a letto. Thomas mi girò intorno per tutto il tempo, così mentre m’infilavo sotto la coperte gli chiesi, cercando d’essere sarcastica: “Perché non vieni a dormire con me?… Magari qui sotto stai più al caldo.”
Lui mi guardò confuso, e io dissi: “Lascia stare. Buona notte…”
“Notte.”, sussurrò, e io mi persi in un sogno dove la sua presenza era evidente. Era un sogno confuso, non si capiva niente, pieno di colore, ma lo avvertivo sempre accanto a me.
Mi svegliai stranamente allegra, verso le nove del mattino.
Ricordando i miei buoni propositi, accesi il computer e cercai se in rete c’erano notizie che potessero spiegare che cos’era Thomas, tanto per avere un’idea, ma non trovai niente.
Delusa, tornai in camera mia con lui al mio seguito. Appariva sconfortato.
“Forse dovremo scoprire ancora qualcosa su questa tua… Natura.”, dissi sedendomi alla scrivania. “C’è qualcos’altro che ti viene in mente? Un qualche potere nascosto che non m’hai detto?”
“No, non mi pare.”, rispose. Poi si alzò improvvisamente, come se avesse avuto un’idea, e uscì svelto da camera mia chiudendo la porta.
“Thomas? Che fai?”
“Guarda.”, mi disse. E rientrò nella stanza passando attraverso la porta.
“Ma?! Che cosa?!”. Ero stupefatta, e mi alzai di scatto. “Da quando sai passare attraverso le porte?!”
“Non lo so. Cioè, da sempre penso… Diciamo che, per fare cose tipo questa…”, e mi strinse una ciocca di capelli fra le dita, “Mi serve un po’ di concentrazione. Altrimenti…”, e la ciocca scivolò dalla sua presa passandogli all’interno della mano, “Succede questo.”
Il suo viso era vicinissimo al mio. Arrossii violentemente e iniziai a fare respiri più corti e veloci. Com’era possibile tollerare quella vicinanza?!?
Poi ripresi il filo del discorso, feci due passi indietro e gli dissi, con voce tremante: “Questo mi sembra un punto essenziale. Potevi anche dirmelo prima.”
“Lo so. E’ che non ci ho fatto mai troppo caso. L’energia che mi serve per poter afferrare gli oggetti o sedermi o fare qualsiasi altra cosa è così minima che non credevo neanche che sarei stato in grado di annullarla. Diciamo che mi sforzo di più per essere incorporeo che il contrario.”
“Oh. Come una specie di fantasma rovesciato.”, osservai.
“Fantasma?”, disse lui, pensieroso.
“No, cioè… Non dico che sei un fantasma. Non credo… Ti manca qualcosa di fondamentale per esserlo.”
“Cioè?”
“Beh… Per esempio non sei trasparente… E, come hai detto tu prima, sei più corporeo che incorporeo… E poi io ti vedo.”
“Magari sei una sensitiva.” Impallidii.
“Non credo proprio. In famiglia non ce n’è nessuna sai? Ho letto da qualche parte che è una cosa ereditaria.”. Ormai ero sull’orlo della disperazione.
“Mah, chissà…”
“No, tu non puoi essere un fantasma.”, sussurrai.
“E perché?”, chiese, preoccupandosi della mia espressione impaurita.
Non gli risposi. Come avrei potuto? Solo una cosa passava nella mia mente in quel momento: lui non poteva essere un fantasma. Perché i fantasmi sono persone morte. E io non potevo essermi innamorata di un morto.
La sola idea bastava per farmi annegare in un mare di disperazione.

venerdì 1 luglio 2011

Notte? O_O

Cioè io ti dico che mi sto stancando di te e che mi stai dando per scontato e tu mi dici notte?!? O_O Cioè dovrei proprio rallegrarmi, dimostri che ho ragione...

lunedì 20 giugno 2011

Sarà il periodo dei video non so...

Ultimamente mi sento così. Come se corressi e corressi, eppure quello che voglio si allontana sempre di più. Irraggiungibile.
E fa male. Fa male pensarci, fa male scappare, perchè sono scappata troppo ormai, ma non ci si può voltare indietro, ed io mi sento ancora così vicina... E voglio correre più lontano, dopo che tutto ciò che faccio non mi allontana abbastanza, e sento di volermene andare via da tutto, ma qui c'è il mio futuro e il mio passato, ed io sono bloccata. E' irraggiungibile ciò che è davanti a me così come ciò che è rimasto alle mie spalle.
So che scappare non è la soluzione, non è la soluzione migliore nè la più nobile, ma sono un animale ferito che si trascina nel bosco, timoroso di tutto e di tutti, che cerca di contare solo sulle sue forze. Ma ho paura che così facendo morirò. Morirò bloccata in questo tempo senza età, senza aver fatto niente e nel frattempo congelata e nell'impossibilità di fare niente.
A volta mi sembra tutta una presa in giro, come se stessi recitando una parte, io che non sono più io. Ma mi sono autoimposta questo purgatorio, e non posso farci niente, Forse sono debole. Forse dopotutto non sono forte come pensavo, e ora tutte le lacrime che avrei dovuto versare, le urla che avrei dovuto gridare e le persone che avrei dovuto picchiare, forse tutto questo ora preme in me ed io sto implodendo.
La felicità è ormai così per me. Una pallida eco di ciò che dovrebbe essere. Irraggiungibile.

venerdì 17 giugno 2011

Today


Ecco a te Elena, come promesso...

Sciogliti nella dolcezza di queste note...
Mi sono state di grande conforto quando la via sembrava perduta,
donate da un amico caro come un diamante, eppure scuro all'interno
come carbone non ancora trasformato, o come gemma
che conserva ancora la sua anima.
Danza sulla superfice liscia e fresca dell'acqua,
passando da un fuoco che non brucia,
attraversando foreste rigogliose e verdi,
per lanciarti nel cielo profumanto d'estate
verso la volta celeste profonda e immutata.
La Luna e le stelle proteggano il tuo cammino
ed il sole arda nei tuoi occhi della luce più pura.

venerdì 10 giugno 2011

Sesto capitolo

Capitolo sei

Domenica non permisi alle mie amiche di scocciarmi, e passai tutto il giorno in camera mia con lo stereo al massimo. Anche Thomas vide che ero di malumore, e mi lasciò in pace, andando al piano di sotto a vedere un film che i miei avevano noleggiato.
Non volevo pensare. Ma era inevitabile. La musica che mi martellava nelle orecchie occupava solo un minimo spazio nella mia mente, che era da tutt’altra parte. Mi sforzai di riportare la mia concentrazione sulla musica. Ma a fine giornata, ero lo stesso giunta ad una conclusione, una conclusione che mi sorprese: avrei continuato la mia vita come se niente fosse. Mi sarei limitata a sentirmi felice ogni qualvolta Thomas sarebbe stato con me.
Perché dovevo farlo diventare un problema? Era una bella sensazione stare con lui. E il fatto che avessi capito cosa generava le mie emozioni non doveva influire. Sarebbe andato tutto bene. Non avrei detto niente a nessuno e sarei vissuta felice.
C’erano sicuramente problemi più urgenti: innanzitutto la vera identità di Thomas. E anche il fatto di che cosa fosse non era un problema da poco. E poi, naturalmente, c’erano i miei problemi normali. Gli amici, la scuola, la famiglia. Il solito, insomma.
La settimana seguente passò quindi come la precedente, tranne per il fatto che ora prestavo molta più attenzione ai miei amici e a cosa mi dicevano.
“Sai” mi disse Luca durante un cambio d’ora, “ieri stavo messaggiando con un mio amico, uno che ho conosciuto ad un torneo di scacchi…”. Era vero, mi ero dimenticata che lui amava gli scacchi. L’anno scorso mi ero pure arrabbiata perché cercava di convincermi a giocare, ma a me non interessava. Era talmente insistente che mi aveva fatto perdere le staffe. “E’ davvero una persona strana, sai?”.
“Davvero?” chiesi. In quel momento era entrata la profe d’inglese, e Thomas la stava imitando in ogni gesto. Mi sforzai di non ridere e di prestare attenzione a Luca.
“Sì! Stavamo facendo un gioco, il gioco delle domande sai, quello dove uno fa una domanda e l’altro risponde e fa una domanda a sua volta…”.
“Arriva al punto” sussurrai, certa che se avessi aperto un po’ di più la bocca non mi sarei trattenuta. Avevo le lacrime agli occhi e mi sentivo rossissima in faccia, nel tentativo di non ridere.
“Beh, ecco, sai che domande fa? In genere sono strane, sì, fa parte del gioco, ma non così strane… Ecco, del tipo: ‘Hai mai ficcato la testa nella lavatrice per vedere se c’era dentro Francis, il mulo parlante?’; o ancora: ‘Hai mai ricevuto delle dita dei piedi in regalo?’. Cioè, dimmi te se queste sono domande”.
Lieta che mi offrisse una scusa, scoppiai a ridere, forse in modo un po’ isterico, proprio mentre Thomas stava alle spalle della profe e si grattava il naso imitandola con un cipiglio serio volutamente esagerato.
“Giu? Stai bene?” chiese Luca, sconcertato dalla mia reazione.
“Oh, sì. Ehm, ecco… Perché non provi a rispondere a sto qui con qualcosa del tipo: ‘Hai mai staccato le dita dei piedi a un perfetto sconosciuto per farne un regalo di compleanno?’”.
“Bella questa! Me la segno”.
La lezione finì in fretta, e io mi avviai allegra verso casa.
“Come mai così di buon umore oggi?” mi chiese Thomas.
“Sto solo sfogando l’allegria repressa di oggi. Mica è facile vedere te che imiti tutti i prof e starmene tranquilla! Fai troppo ridere”.
“Ah ah! Scusa, non lo farò più”. E immediatamente pensai che valeva la pena trattenersi così tanto se poi potevo vederlo ridere. Era bellissimo.
Chiara venne a rapirmi non appena finii di mangiare.
“Presto! Lucia è disperata. Domani è il suo primo anniversario con Andrea e non gli ha ancora preso il regalo! Ci aspetta al centro commerciale”. Cavoli. Un anno. Di già.
Mi fiondai in camera a prendere la borsa, e Thomas mi seguì.
“Posso venire con te?” mi chiese.
“Cosa?” lo guardai sbalordita per un attimo. “Uhm, sì, certo. Vieni.” dissi poi.
Così ci avviammo tutti e tre, in bici. Thomas correva, anzi, forse è meglio dire che volava. In effetti sembrava galleggiare nell’aria, se non fosse che stavamo andando a tutta birra.
Arrivammo in meno di mezz’ora, e mentre Chiara fissava le bici con la catena a una ringhiera, gli chiesi: “Questo me l’avevi tenuto nascosto. Da quando sai volare?”.
“Non so. Da quando mi sono svegliato, credo”.
“Non me l’avevi detto!”.
“Non c’ho pensato.” rispose, sincero e afflitto.
“Hai detto qualcosa?” s’intromise Chiara.
“No, niente.” risposi, “Solo di sbrigarci”.
Lucia era praticamente in lacrime, Chiara non esagerava.
“Oh, ragazze! Finalmente siete arrivate! Aiutatemi! Sono nel panico. Non ho la minima idea di cosa regalare ad Andrea”.
“Tranquilla. Ci siamo qui noi”.
Così passammo tutto il pomeriggio a girare per negozi.
Nonostante Chiara suggerisse sempre qualcosa (io no, non avevo la minima idea di cosa si potesse regalare ad un tipo), Lucia non appariva mai del tutto convinta. E ad ogni minuto che passava, cresceva la sua disperazione.
“Potresti regalarle te stessa!” esclamai esasperata dopo l’ennesimo negozio girato a vuoto. “Infondo non siete ancora stati del tutto insieme, no?!?”.
“Ma… Io non mi sento pronta…”.
Oh, merda. L’avevo fatta intristire.
“No, no Lucia… Non intendevo per forza. E’ solo che… Sai che non mi piace girare per negozi. Mi fanno male ai piedi…”. Le mie scuse si persero mentre i suoi occhi si gonfiavano di lacrime, ma Chiara mi salvò esclamando: “Ehi gente! Là c’è un negozio che mi pare carino. Non disperarti su. Magari, se non troviamo niente, puoi sempre regalargli le mutande rosa con i coniglietti che abbiamo visto prima”. Lucia sorrise appena, poi ci dirigemmo verso l’obbiettivo che aveva puntato Chiara.
Thomas ci seguiva come rassegnato, neanche a lui piaceva andare in giro per negozi. Però la gioielleria in cui entrammo era molto bella, e in un attimo dimenticai la stanchezza.
“Ooooh… Guarda che bella questa collana!” esclamò Chiara, estasiata.
“Ragazze… Guardate qua”. Lucia sembrava sotto shock.
“Cosa?” chiesi avvicinandomi. Lei indicò un orologio.
“Stupendo!” esclamò Chiara, “E’ il regalo perfetto, meglio delle mutande rosa. No, seriamente. Compralo”.
“Sì! Me ne sono innamorata. E poi Andrea non ha un orologio. E’ più che perfetto”. Ormai erano in estasi. A me, sembrava un comune orologio. Certe volte proprio mi sconcertavano, comunque mi unii a loro: “Sì, è proprio bellissimo”.
Dopo l’acquisto, si rilassarono tutte, me compresa. Andammo a mangiarci una piadina al bar, poi io e Chiara salimmo sulle nostre bici e ce ne tornammo a casa, seguite da Thomas, mentre Lucia aspettava che suo padre la venisse a prendere.
Una volta in camera mia, accesi lo stereo e mi sdraiai sul letto.
“Stanca?” mi chiese Thomas.
“Direi. I miei piedi sono diventati insensibili… E’ piuttosto grave”.
“Sai, non credevo che le ragazze fossero così maniacali quando si tratta di regali…”.
“Credimi, io le capisco meno di loro. Certo, se avessi un ragazzo, anch’io andrei nel pallone… Ma più che altro perché non ho idea di cosa si regala a un tipo. Però, una volta trovato qualcosa, non starei a rimuginarci su tanto. Il mio terrore è che le mie amiche insisterebbero sicuramente per trovarne uno più bello…”.
“Ah ah ah! Beh, non portartele dietro, no?”.
“Impossibile. Sono loro che mi devono dire cosa comprare. Te l’ho detto che non so cosa si regala a un ragazzo.” obiettai, scuotendo la testa.
“Sai, Giulia…” iniziò Thomas.
“Sì?”.
“Appena capisco cosa sono, e come, sempre se posso, ritornar ‘normale’… Voglio farti un regalo”. Mi alzai a sedere di scatto, fissandolo mentre lui distoglieva lo sguardo.
“Cosa? Perché?”.
“Beh, perché mi stai vicino. Mi stai aiutando… Te ne sono grato” . Se avesse potuto, avrebbe arrossito. Non risposi, mi limitai a sdraiarmi di nuovo sul letto, pensierosa. In realtà, non sentivo di meritarmelo; non stavo facendo nulla di particolare per lui. Presa com’ero da me stessa e dai sentimenti, così nuovi, che stavo provando, capii di aver trascurato il problema di Thomas; e mi ripromisi di impegnarmi di più.

mercoledì 1 giugno 2011

Il prossimo capitolo...

Capitolo cinque

“Hai la matita sotto gli occhi… No aspetta, stai ferma… Così…”.
Rimasi immobile mentre Luca mi strofinava energicamente l’occhio sinistro.
Poi entrò la profe, ma me ne accorsi a malapena visto che Thomas si stava sedendo sul mio banco. Come tutte le volte che lo vedevo, le mie guance si colorarono di rosso.
“Hai caldo?” mi chiese il mio compagno di banco.
“Oh, sì… Un… Un po’” farfugliai confusa. Mi chiesi se la demenza fosse uno dei sintomi.
Quando mi ero svegliata, quella mattina, avevo trovato Thomas in piedi, pensieroso, accanto alla finestra. Era curioso di vedere qualcos’altro, oltre la mia casa, così gli proposi di venire a scuola con me. Avrei dovuto sapere che la sua presenza avrebbe compromesso la mia capacità di concentrazione.
L’intervallo fu un sollievo, dato che potevo evitare di prestare attenzione ai prof. Ma non avevo fatto i conti con Lucia. Arrivò correndo verso di me, che ero appoggiata al bancone dei bidelli di fronte alla mia classe.
“Giulia! Oh, Giu Giu! Guarda cosa m’ha scritto il mio love!” mi urlò, mettendomi il cellulare sotto gli occhi. Il messaggio era il tipico ‘ti amo tanto amore mio baci baci’, abbellito da qualche frase romantica. Per quanto banale risultasse ai miei occhi, dopo averne letti un’infinità da un circa un anno a questa parte, per Lucia ogni volta sembrava la prima. Mi guardava facendo gli occhioni grandi, pieni di aspettative.
“E’… Davvero bello. Andrea è proprio un romanticone…” mi sforzai di compiacerla, chiedendomi se anche per me sarebbe stato così, quando avessi avuto un ragazzo.
“Ma mi ha detto che sono la donna della sua vita…” insistette, e accolsi con sollievo la campanella di fine intervallo, salvo poi ricordarmi che avrei dovuto ricominciare a sforzarmi di prestare attenzione ai profe.
Dopo altre tre ore di scuola, ero davvero esausta. Una volta arrivata a casa, mi girai a guardare Thomas e gli dissi: “Mai più”.
“Cosa? Che ho fatto?” mi chiese stupito, mentre mi avviavo in cucina.
“No, non hai fatto niente… Ma è la tua presenza, capisci…? Mi deconcentri. E diventa tutto più difficile.” cercai di spiegare.
“Allora starò più attento. Ti starò lontano.” disse scherzoso, ma avvertivo qualcosa di più dietro quelle semplici parole.
“Che c’è?” gli chiesi.
“E’ solo che… Non mi piace stare qui da solo. Ti prego, permettimi di venire con te. Farò il bravo. E poi, potrei scoprire qualcosa in più su di me se non me ne sto chiuso in casa…”.
Aveva ragione. “D’accordo”.
“Grazie.” rispose sorridendo, e mi sembrò sollevato.
Così, iniziò a venire a scuola con me tutti i giorni. Pian piano mi abituai alla sua presenza, riuscendo a seguire in classe senza distrarmi troppo, ma non avevo contato i miei amici. Quando stavo con loro, all’intervallo o durante i cambi d’ora, mi lasciavo andare, distraendomi sentendo Thomas vicino a me, o guardandolo divertirsi alle battute dei miei compagni a cui non prestavo attenzione, troppo presa da lui.
Lucia e Luca iniziarono a guardarmi con sospetto e una vaga preoccupazione, ma come al solito non ci badai.
Almeno finché, sabato pomeriggio, la mia amica mi chiese: “Che cos’hai? Giulia, sei strana. Fin troppo. Sembri sempre tra le nuvole, non mi ascolti quando ti parlo a scuola… Seriamente, mi stai facendo paura”.
Chiara, che non andava più a scuola, ci guardò stupefatta. Per lei ero la Giulia di sempre. Ovvio, in quel momento (e ogni volte che uscivo con loro), Thomas non era con me.
“Non so di cosa stai parlando.” risposi vaga, prendendo nota di comportarmi meglio con lei a scuola, ma il rossore che si era fatto strada verso le mie guance mi tradì.
“Aspetta aspetta! Oh… Oh… Ma come sono stata stupida! Come ho fatto a non accorgermene?!? Aria beata, rossa in viso e molto, molto distratta. Ma certo”.
Guardai Lucia, che sembrava aver capito chissà che cosa.
“Cosa è certo?” chiese Chiara.
“Tu” iniziò l’altra mia amica, puntandomi un dito contro. “Tu, ti sei innamorata”.
Sgranai gli occhi. “Che cosa?!?” chiesi stupita.
“Ma è così ovvio… Tutto torna. Dai, dimmi chi è”.
“Dicci, chi è.” aggiunse Chiara, improvvisamente molto interessata.
“Ma… Ragazze… Io non so di che state parlando…”.
“Non mentire!”.
“Giuro…”.
“Aspetta” fece Lucia, “Dev’essere per forza qualcuno a scuola, visto che è lì che non sembra sana di mente… Adesso è normale”.
“Ma…” provai ad oppormi. Senza nessun risultato. Ringraziai il cielo quando, verso le dieci, entrammo in discoteca. Lì almeno non potevano asfissiarmi con le loro domande insistenti.
Mentre ballavo, iniziai a riflettere. Sembravo davvero innamorata? Non avevo esperienza in quel campo; Lucia sì. Ma avrei dovuto sentirlo, no? Anche lei l’aveva detto, quando era stato il tuo turno. Aveva detto qualcosa del tipo: “E’ la cosa più potente che io abbia mai provato. E lo senti, lo senti dentro, nel tuo cuore, nella tua mente, in ogni tua singola cellula. E’ l’amore”. Io avevo pensato che allora, se fosse toccato a me, l’avrei capito. Al volo, subito. Che mi sarei sentita…
Mi bloccai. Chiara mi guardò perplessa. Ma io mi sentivo. Così. Il mio cuore batteva forte, ogni volta che lo guardavo… Respiravo di più. Andavo in confusione. Mi ero pure chiesta se la demenza fosse uno dei sintomi… Ma di che cosa, finora non ero stata in grado di dirlo. Non ero riuscita a trovare la parola per descrivere quello che provavo. Era dunque amore?
Appena formulai la domanda, trovai la risposta. Era naturale, come se l’avessi sempre saputo. Sì, era amore… Mi ero innamorata. Aspettai ancora qualche secondo mentre la verità della mia scoperta si faceva strada in me. Poi ripresi a ballare, lentamente, mentre la felicità che m’inondava si trasformava.
E adesso? Cosa dovevo fare? Non potevo di certo dirglielo. Non avrebbe sicuramente ricambiato, e neppure poteva andarsene, visto che ero il suo unico collegamento con il mondo esterno… Avrebbe fatto solo male. E, se per caso avesse ricambiato… Che potevo fare? Solo io ero in grado di vedere Thomas. Avrei dovuto vivere fino alla fine dei miei giorni senza dire a nessuno che avevo un ragazzo? Che ne ero pazzamente innamorata? Avrei dovuto vivere con il tremendo peso di questa bugia detta a tutti quelli che mi conoscevano? Magari proprio mentre loro insistevano che mi trovassi un fidanzato, che mi facessi una vita.
Che cosa triste.
Per il resto della serata ballai come rassegnata, senza più entusiasmo. E quando arrivai a casa, verso le due, accolsi con gioia l’ondata di sonno che mi travolse, per non pensare, per avere un po’ di pace.