Se passate di qui, lasciate pure un commento. Potrà essere la base di una profonda conoscenza, o una goccia d'acqua che lentamente scorre e se ne va...

venerdì 22 luglio 2011

Inquietudine, Capitolo otto

C'è stato un momento l'altra sera, mentre parlavo con Riccardo nel buio sotto le coperte, che il mio cuore ha sussultato ancora. Mi sono sentita mancare il fiato per un secondo e i miei occhi pungevano mentre frenavo un improvviso accesso di lacrime. Non so come sia potuto succedere. Non so come sia bastato un alito di vento per riportare tutto in cima. Una parola sussurrata nella notte e un uragano è esploso.
Ci ho messo un secondo, un secondo lungo e sconvolgente, e l'ho ricacciato indietro. Ho fatto un respiro profondo e il mare è tornato calmo. Ma una domanda, la solita domanda, si è fatta strada fra i battiti del mio cuore accellerato dalla paura, e ancora non trovo una risposta: perché?

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Capitolo otto

Il lunedì successivo il senso d’inquietudine non m’aveva ancora abbandonato del tutto, ma cercai di non badarci. Thomas si comportava come al solito, ovvero standomi vicinissimo, e soltanto  tratti un’ombra attraversava il suo volto, facendo capire quanto la mia paura lo avesse turbato.
Tuttavia, dopo cena, appena mi fui stesa sul letto di camera mia, si avvicinò e mi disse: “C’è qualcosa che non va.”
Subito scattai a sedere. “Cosa?”, chiesi.
“Non lo so…”
“Cosa ti turba, Thomas?”. I miei sentimenti si agitarono confusi, mentre si girava a fissarmi intensamente con i suoi occhi scuri come pozzi.
“Sento… Un forte pericolo. Di più non so.”
“Forse… Forse stai iniziando a ricordare, non trovi?”
“Non lo so.”. Si sedette sul bordo del letto, senza smettere di guardarmi. “Però una cosa la so. Devo, anzi, voglio proteggerti.”
Non sapevo cosa dire. Restammo così, a fissarci, per qualche minuto, poi mi risdraiai incrociando le braccia sotto la testa. Probabilmente a un certo punto mi addormentai, persa nei miei pensieri, ma al mattino un’unica domanda mi sembrava davvero importante: perché vuole proteggermi?
Tuttavia, non gli chiesi niente e mi limitai a far passare il tempo normalmente.
Sabato, però, successe qualcosa di strano. Mi ero appena alzata e mi stavo preparando per un’altra noiosissima giornata di scuola quando, tornando in camera per vestirmi, trovai Thomas accasciato sul letto.
“Thomas! Che succede?!?”, domandai, con il cuore in gola. Prima ancora che potessi avvicinarmi, però, si rialzò e mi rispose: “Niente, niente.”
Accadde più o meno la stessa cosa anche nei giorni seguenti. Io ero molto preoccupata, ma Thomas non voleva dirmi niente, sembrava ancora più pallido del solito e l’ombra sul suo viso era diventata fissa. Credevo di non farcela. Il mio cuore non poteva sopportare il fatto che non mi parlasse di quello che gli stava capitando, ma più di tutto non riusciva ad accettare che stesse male.
Perché sì, stava male.
“Thomas, per favore, devi dirmelo. Non capisci che sono preoccupata per te?!?”, gli chiesi per l’ennesima volta.
“Non ho niente, sto bene…”
“Tu menti!”
“Giulia.”. Mi fissò negli occhi con una forza tale da scombussolarmi il cuore. “Non ho idea di cosa mi stia succedendo. Io… Sento che i miei ricordi stanno tornando…”
“Stai per capire chi sei?”. Ero ammutolita.
“No! Non posso ricordare!”
“Ma perché?”, chiesi con un filo di voce.
“Non lo so! Io non lo so! Seguo solo il mio istinto!”
Da quel giorno in poi lo lasciai in pace. Forse capì che non volevo affrontare più l’argomento e lo apprezzò, perché iniziammo a comportarci come se niente fosse. Ma io ero sempre più preoccupata, e lui sempre più teso.
Ovviamente i miei amici notarono subito che qualcosa non andava.
“Giulia ma dove sei con la testa?”, mi chiese Luca per l’ennesima volta, venerdì a scuola.
“Scusa. Che succede?”
“Ma non ti sei accorta che il Durpi ha mollato? Il prof di geografia l’ha appena ripreso davanti a tutta la classe; guarda: stanno ancora ridendo. E tu che fai? Fissi inebetita la lavagna. Se almeno ci fosse scritto qualcosa… Ma dove sei in questi giorni?”
Come al solito, incassai senza rispondere. Che potevo dire? Che il ragazzo-fantasma che amavo aveva improvvisi svenimenti dati da ricordi latenti che riemergevano ma che lui sentiva di non dover far emergere? Non volevo di certo finire al manicomio.
Ma Luca era quello che mi dava meno problemi. Chiara e Lucia, le mie amiche per la pelle da un vita, non si accontentavano delle mie risposte evasive. E quando appioppai loro la debole scusa dei ‘compiti che oramai erano diventati una pila enorme e insostenibile’, Lucia mi rispose: “Non cercare di darcela a bere. Ho chiesto a Luca, e lui sostiene che questo è un periodo morto… Tradotto, non hai niente da fare. No, qui c’entra qualcos’alto… Ti sta andando male con il tipo che ti piace?”
“No, Lucy. Non c’è nessuno che mi piace di conseguenza non mi sta andando male niente.”. L’unico motivo per cui le mie guance non si arrossarono e mi tradirono era perché stavo osservando preoccupata Thomas, dall’altro lato del tavolo, che portava una mano alla fronte socchiudendo gli occhi.
“E’ Eric! Dimmi la verità!”, insistette Lucia, seguendo il mio sguardo. Ovviamente, non poteva vedere Thomas, così i suoi occhi arrivarono ad un giovane biondino seduto dall’altra parte del locale, che aveva frequentato le medie insieme a noi ma con il quale non c’era mai stato un gran rapporto. Era il classico biondo-occhi-azzurri, a cui tutte morivano dietro e che faceva il cascamorto con tutte. Decisamente, non il mio tipo.
“No, Lu… Devo andare in bagno.”, finsi, alzandomi.
Non mi credette, e dovetti passare il resto del sabato e tutta la domenica a farle cambiare idea.
Fortunatamente, Chiara mi aiutò annunciando che finalmente aveva trovato lavoro. Così la domenica sera uscimmo tutte per festeggiare. Andammo al solito bar, meglio di niente, e Chiara ci raccontò tutto: “Mio padre è amico di un’amica che ha una sorella che ha questo bar. Niente di che, una ragazza è rimasta a casa perché aspetta un bambino e devono sostituirla. Mi ha detto che mi prende in prova e che domani alle otto devo essere da lei. Ha già un’altra ragazza in prova, fra due settimane ci fa sapere chi prende… Lo so, non è un granché, ma si lavora da lunedì a venerdì e anche la paga è buona…”
“Ma è grandioso invece!”, la incoraggiai. Era grandioso davvero, così i suoi non si sarebbero più lamentati. Io personalmente non li capivo; è vero che Chiara aveva smesso di studiare ma era sempre lei ad occuparsi della casa, pranzo e cena compresi. L’unica cosa che non faceva era la lavatrice, perché non era in grado. Ma non mi dimenticherò mai quella sera che ero a casa sua e sua madre stava cucinando (per la prima volta da anni a quella parte) e ha chiesto a Chiara: “Ma dov’è l’olio?? Perché è finito e non me l’hai detto??”. Cioè, io non so manco dov’è l’olio che ho in casa, se finisce la bottiglia che sta sul banco della cucina. E’ mia madre la regina dei fornelli… Il fatto che una madre non sappia queste cose basilari mi sconvolge.
“Sìì! Finalmente Chia! Hai già pensato a cosa ti comprerai con tutti quei soldi??? Ho visto una collana in centro che è stupenda, d’argento poi…”.
Ecco, adesso non le capivo più. Ma ero io a essere anormale o loro? Non concepivo come si potessero spendere dei soldi per delle cose così inutili. Dopo un po’ una collana smetti anche di metterla… Se ne passa a una più bella ecc… Non che non avessi gusto. Ma preferivo la bigiotteria classica, economica, che resisteva giusto il tempo che durava la tua infatuazione per quel particolare modello di gioiello. Ma stavolta, niente repliche. Ero contenta che la discussione si fosse spostata in un terreno più sicuro, e la aiutavo a prosperare.
Tornai a casa che erano solo le nove e mezza: visto che il giorno dopo Chiara iniziava a lavorare doveva andare a letto presto.
Mi sdraiai piano sul letto, mentre Thomas si sedeva accanto a me.
“Fammi spazio.”, mi sussurrò, come io poco tempo fa, tenendosi la testa. Mi spostai per farlo sdraiare, e poi, spinta da non so quale impulso incontrollabile, gli appoggiai una mano sulla guancia. Il mio cuore esplose, divenni rossissima e mi sforzai di respirare normalmente, trattenendo le farfalle nel mio stomaco. Lui aprì gli occhi, lentamente.
Restammo così, a guardarci, mentre sentivo la sua pelle sotto il mio palmo, finché non mi addormentai.

martedì 19 luglio 2011

I ricordi di Piton


Questo è stato il capitolo del libro e la parte di ogni film che più mi è piaciuta T.T
E' commovente ogni volta che lo vedo sento una gran pena per quel grand'uomo che è Severus Piton... Ovviamente il film non potrà mai essere come il libro ma in un certo senso vedere il dolore e la perdita dal vivo sulla faccia di Piton... E' stato.. Devastante... T.T
Però non viene approfondito molto bene il fatto che Lily da piccola considerava James un arrogante, e ha continuato a pensarla così almeno fino al quinto anno quando lei e Sev hanno litigato... Difatti hanno iniziato ad uscire insieme solo alla fine del settimo anno...
Per me anche Lily si era innamorata di Severus... Ma nn condivideva le sue scelte di vita e per questo è dovuta andare oltre... Ma Severus... T.T se solo fosse stato meno testardo... Beh, Harry non esisterebbe o.O
In ogni caso, sono sempre una fan di Lily & Severus. Per il mio personalissimo modo di vedere, Lily non ha mai amato James, o perlomeno era un amore diverso, erano piccoli momenti di gioia a costo di un grande amore perduto, e ovviamete questo vuoto solo Harry è riuscito a colmarlo almeno in parte. Lily, dopo aver perso Severus, non ha potuto far altro che amare suo figlio più di ogni altra cosa, molto più di James stesso...
E secondo me, Lily e Severus sono rinati in una nuova vita, per stare finalmente insieme e trovare la felicità che si meritavano. Sempre secondo me, Lily è rinata come Lily Potter, del tutto simile alla nonna, tranne per gli occhi. E Severus è rinato come Severus Prince, nipote del fratello di Eileen Prince, madre del "vero" Piton. E pure lui, del tutto simile a se stesso, a parte gli occhi, color azzurri, e la casa di Hogwarts, Grifondoro.
Ok ok, la mia fantasia corre troppo. Corre al punto da... No no XD meglio che mi  fermi qui XD
Ma sarebbe davvero un epilogo stupendo per questo grande amore *-*

venerdì 8 luglio 2011

Capitolo sette

Visto che è tantissimo che non aggiorno, ecco a voi il settimo capitolo!

Capitolo sette

“E così, oggi siamo solo io e te.”, salutai Chiara mentre mi avvicinavo. Eravamo fuori dal nostro solito bar e lei stava fumando una sigaretta.
“Eh già. L’ammazzerei per non esserci di sabato, ma è il loro primo anniversario… Beh, settimana prossima si farà perdonare.”. Si riferiva a Lucia ovviamente, e parlando mi soffiò il fumo in faccia. Io storsi il naso e feci due passi indietro: proprio non lo sopportavo.
Thomas, che era voluto venire anche quella sera, si spostò con me. Gli lanciai un’occhiata obliqua, chiedendomi il motivo del suo comportamento. Oramai mi stava sempre appiccicata, ero libera solo di andare in bagno e di cambiarmi. Era strano. Poi lui mi sorrise, e mi ritrovai a chiedermi a cosa stessi pensando, come al solito.
“Che hai?”, mi chiese Chiara.
“Cosa? No, no, niente…”
“Mh. Entriamo và. Fa un freddo cane, e siamo al sedici di settembre maledizione!”
Che strano. Io avevo molto caldo. Poi vidi Thomas entrare e mi fu subito chiaro il perché.
Cercando di non pensarci, per non arrossire troppo, mi sedetti vicino a Chiara.
“Ho un po’ di fame. Tu cosa prendi?”, mi chiese.
“Niente. Non ho molta fame.”, risposi. Eh già, nel mio stomaco svolazzavano beate solo le farfalle.
Lei mi lanciò un’altra occhiata strana (sapeva che in genere mangiavo come una vacca. Ovvio, era una delle mie due migliori amiche), tuttavia disse: “Gio! Fammi una piadina!”
“Che facciamo stasera?”, le chiesi per distrarla.
“Andiamo da Luca. L’ho sentito oggi, ci porta mia madre.”
Perciò verso le otto eravamo davanti a casa del mio compagno di banco, che ci salutò con un sorriso.
Tutto sommato la serata trascorse tranquilla. Arrivai a casa presto, per le undici, e stavolta mi struccai ben bene prima di andare a letto. Thomas mi girò intorno per tutto il tempo, così mentre m’infilavo sotto la coperte gli chiesi, cercando d’essere sarcastica: “Perché non vieni a dormire con me?… Magari qui sotto stai più al caldo.”
Lui mi guardò confuso, e io dissi: “Lascia stare. Buona notte…”
“Notte.”, sussurrò, e io mi persi in un sogno dove la sua presenza era evidente. Era un sogno confuso, non si capiva niente, pieno di colore, ma lo avvertivo sempre accanto a me.
Mi svegliai stranamente allegra, verso le nove del mattino.
Ricordando i miei buoni propositi, accesi il computer e cercai se in rete c’erano notizie che potessero spiegare che cos’era Thomas, tanto per avere un’idea, ma non trovai niente.
Delusa, tornai in camera mia con lui al mio seguito. Appariva sconfortato.
“Forse dovremo scoprire ancora qualcosa su questa tua… Natura.”, dissi sedendomi alla scrivania. “C’è qualcos’altro che ti viene in mente? Un qualche potere nascosto che non m’hai detto?”
“No, non mi pare.”, rispose. Poi si alzò improvvisamente, come se avesse avuto un’idea, e uscì svelto da camera mia chiudendo la porta.
“Thomas? Che fai?”
“Guarda.”, mi disse. E rientrò nella stanza passando attraverso la porta.
“Ma?! Che cosa?!”. Ero stupefatta, e mi alzai di scatto. “Da quando sai passare attraverso le porte?!”
“Non lo so. Cioè, da sempre penso… Diciamo che, per fare cose tipo questa…”, e mi strinse una ciocca di capelli fra le dita, “Mi serve un po’ di concentrazione. Altrimenti…”, e la ciocca scivolò dalla sua presa passandogli all’interno della mano, “Succede questo.”
Il suo viso era vicinissimo al mio. Arrossii violentemente e iniziai a fare respiri più corti e veloci. Com’era possibile tollerare quella vicinanza?!?
Poi ripresi il filo del discorso, feci due passi indietro e gli dissi, con voce tremante: “Questo mi sembra un punto essenziale. Potevi anche dirmelo prima.”
“Lo so. E’ che non ci ho fatto mai troppo caso. L’energia che mi serve per poter afferrare gli oggetti o sedermi o fare qualsiasi altra cosa è così minima che non credevo neanche che sarei stato in grado di annullarla. Diciamo che mi sforzo di più per essere incorporeo che il contrario.”
“Oh. Come una specie di fantasma rovesciato.”, osservai.
“Fantasma?”, disse lui, pensieroso.
“No, cioè… Non dico che sei un fantasma. Non credo… Ti manca qualcosa di fondamentale per esserlo.”
“Cioè?”
“Beh… Per esempio non sei trasparente… E, come hai detto tu prima, sei più corporeo che incorporeo… E poi io ti vedo.”
“Magari sei una sensitiva.” Impallidii.
“Non credo proprio. In famiglia non ce n’è nessuna sai? Ho letto da qualche parte che è una cosa ereditaria.”. Ormai ero sull’orlo della disperazione.
“Mah, chissà…”
“No, tu non puoi essere un fantasma.”, sussurrai.
“E perché?”, chiese, preoccupandosi della mia espressione impaurita.
Non gli risposi. Come avrei potuto? Solo una cosa passava nella mia mente in quel momento: lui non poteva essere un fantasma. Perché i fantasmi sono persone morte. E io non potevo essermi innamorata di un morto.
La sola idea bastava per farmi annegare in un mare di disperazione.

venerdì 1 luglio 2011

Notte? O_O

Cioè io ti dico che mi sto stancando di te e che mi stai dando per scontato e tu mi dici notte?!? O_O Cioè dovrei proprio rallegrarmi, dimostri che ho ragione...