Se passate di qui, lasciate pure un commento. Potrà essere la base di una profonda conoscenza, o una goccia d'acqua che lentamente scorre e se ne va...

venerdì 8 luglio 2011

Capitolo sette

Visto che è tantissimo che non aggiorno, ecco a voi il settimo capitolo!

Capitolo sette

“E così, oggi siamo solo io e te.”, salutai Chiara mentre mi avvicinavo. Eravamo fuori dal nostro solito bar e lei stava fumando una sigaretta.
“Eh già. L’ammazzerei per non esserci di sabato, ma è il loro primo anniversario… Beh, settimana prossima si farà perdonare.”. Si riferiva a Lucia ovviamente, e parlando mi soffiò il fumo in faccia. Io storsi il naso e feci due passi indietro: proprio non lo sopportavo.
Thomas, che era voluto venire anche quella sera, si spostò con me. Gli lanciai un’occhiata obliqua, chiedendomi il motivo del suo comportamento. Oramai mi stava sempre appiccicata, ero libera solo di andare in bagno e di cambiarmi. Era strano. Poi lui mi sorrise, e mi ritrovai a chiedermi a cosa stessi pensando, come al solito.
“Che hai?”, mi chiese Chiara.
“Cosa? No, no, niente…”
“Mh. Entriamo và. Fa un freddo cane, e siamo al sedici di settembre maledizione!”
Che strano. Io avevo molto caldo. Poi vidi Thomas entrare e mi fu subito chiaro il perché.
Cercando di non pensarci, per non arrossire troppo, mi sedetti vicino a Chiara.
“Ho un po’ di fame. Tu cosa prendi?”, mi chiese.
“Niente. Non ho molta fame.”, risposi. Eh già, nel mio stomaco svolazzavano beate solo le farfalle.
Lei mi lanciò un’altra occhiata strana (sapeva che in genere mangiavo come una vacca. Ovvio, era una delle mie due migliori amiche), tuttavia disse: “Gio! Fammi una piadina!”
“Che facciamo stasera?”, le chiesi per distrarla.
“Andiamo da Luca. L’ho sentito oggi, ci porta mia madre.”
Perciò verso le otto eravamo davanti a casa del mio compagno di banco, che ci salutò con un sorriso.
Tutto sommato la serata trascorse tranquilla. Arrivai a casa presto, per le undici, e stavolta mi struccai ben bene prima di andare a letto. Thomas mi girò intorno per tutto il tempo, così mentre m’infilavo sotto la coperte gli chiesi, cercando d’essere sarcastica: “Perché non vieni a dormire con me?… Magari qui sotto stai più al caldo.”
Lui mi guardò confuso, e io dissi: “Lascia stare. Buona notte…”
“Notte.”, sussurrò, e io mi persi in un sogno dove la sua presenza era evidente. Era un sogno confuso, non si capiva niente, pieno di colore, ma lo avvertivo sempre accanto a me.
Mi svegliai stranamente allegra, verso le nove del mattino.
Ricordando i miei buoni propositi, accesi il computer e cercai se in rete c’erano notizie che potessero spiegare che cos’era Thomas, tanto per avere un’idea, ma non trovai niente.
Delusa, tornai in camera mia con lui al mio seguito. Appariva sconfortato.
“Forse dovremo scoprire ancora qualcosa su questa tua… Natura.”, dissi sedendomi alla scrivania. “C’è qualcos’altro che ti viene in mente? Un qualche potere nascosto che non m’hai detto?”
“No, non mi pare.”, rispose. Poi si alzò improvvisamente, come se avesse avuto un’idea, e uscì svelto da camera mia chiudendo la porta.
“Thomas? Che fai?”
“Guarda.”, mi disse. E rientrò nella stanza passando attraverso la porta.
“Ma?! Che cosa?!”. Ero stupefatta, e mi alzai di scatto. “Da quando sai passare attraverso le porte?!”
“Non lo so. Cioè, da sempre penso… Diciamo che, per fare cose tipo questa…”, e mi strinse una ciocca di capelli fra le dita, “Mi serve un po’ di concentrazione. Altrimenti…”, e la ciocca scivolò dalla sua presa passandogli all’interno della mano, “Succede questo.”
Il suo viso era vicinissimo al mio. Arrossii violentemente e iniziai a fare respiri più corti e veloci. Com’era possibile tollerare quella vicinanza?!?
Poi ripresi il filo del discorso, feci due passi indietro e gli dissi, con voce tremante: “Questo mi sembra un punto essenziale. Potevi anche dirmelo prima.”
“Lo so. E’ che non ci ho fatto mai troppo caso. L’energia che mi serve per poter afferrare gli oggetti o sedermi o fare qualsiasi altra cosa è così minima che non credevo neanche che sarei stato in grado di annullarla. Diciamo che mi sforzo di più per essere incorporeo che il contrario.”
“Oh. Come una specie di fantasma rovesciato.”, osservai.
“Fantasma?”, disse lui, pensieroso.
“No, cioè… Non dico che sei un fantasma. Non credo… Ti manca qualcosa di fondamentale per esserlo.”
“Cioè?”
“Beh… Per esempio non sei trasparente… E, come hai detto tu prima, sei più corporeo che incorporeo… E poi io ti vedo.”
“Magari sei una sensitiva.” Impallidii.
“Non credo proprio. In famiglia non ce n’è nessuna sai? Ho letto da qualche parte che è una cosa ereditaria.”. Ormai ero sull’orlo della disperazione.
“Mah, chissà…”
“No, tu non puoi essere un fantasma.”, sussurrai.
“E perché?”, chiese, preoccupandosi della mia espressione impaurita.
Non gli risposi. Come avrei potuto? Solo una cosa passava nella mia mente in quel momento: lui non poteva essere un fantasma. Perché i fantasmi sono persone morte. E io non potevo essermi innamorata di un morto.
La sola idea bastava per farmi annegare in un mare di disperazione.

1 commento:

  1. Semplicemente stupendo *___*.
    Non aggiungo altro, non voglio rovinare questo bellissimo post con una marea di inutili parole.
    Ti dico solo che mi sono appassionata un sacco a questa tua storia =* *________*
    Elena

    RispondiElimina