Ci ho messo un secondo, un secondo lungo e sconvolgente, e l'ho ricacciato indietro. Ho fatto un respiro profondo e il mare è tornato calmo. Ma una domanda, la solita domanda, si è fatta strada fra i battiti del mio cuore accellerato dalla paura, e ancora non trovo una risposta: perché?
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Capitolo otto
Il lunedì successivo il senso d’inquietudine non m’aveva ancora abbandonato del tutto, ma cercai di non badarci. Thomas si comportava come al solito, ovvero standomi vicinissimo, e soltanto tratti un’ombra attraversava il suo volto, facendo capire quanto la mia paura lo avesse turbato.
Tuttavia, dopo cena, appena mi fui stesa sul letto di camera mia, si avvicinò e mi disse: “C’è qualcosa che non va.”
Subito scattai a sedere. “Cosa?”, chiesi.
“Non lo so…”
“Cosa ti turba, Thomas?”. I miei sentimenti si agitarono confusi, mentre si girava a fissarmi intensamente con i suoi occhi scuri come pozzi.
“Sento… Un forte pericolo. Di più non so.”
“Forse… Forse stai iniziando a ricordare, non trovi?”
“Non lo so.”. Si sedette sul bordo del letto, senza smettere di guardarmi. “Però una cosa la so. Devo, anzi, voglio proteggerti.”
Non sapevo cosa dire. Restammo così, a fissarci, per qualche minuto, poi mi risdraiai incrociando le braccia sotto la testa. Probabilmente a un certo punto mi addormentai, persa nei miei pensieri, ma al mattino un’unica domanda mi sembrava davvero importante: perché vuole proteggermi?
Tuttavia, non gli chiesi niente e mi limitai a far passare il tempo normalmente.
Sabato, però, successe qualcosa di strano. Mi ero appena alzata e mi stavo preparando per un’altra noiosissima giornata di scuola quando, tornando in camera per vestirmi, trovai Thomas accasciato sul letto.
“Thomas! Che succede?!?”, domandai, con il cuore in gola. Prima ancora che potessi avvicinarmi, però, si rialzò e mi rispose: “Niente, niente.”
Accadde più o meno la stessa cosa anche nei giorni seguenti. Io ero molto preoccupata, ma Thomas non voleva dirmi niente, sembrava ancora più pallido del solito e l’ombra sul suo viso era diventata fissa. Credevo di non farcela. Il mio cuore non poteva sopportare il fatto che non mi parlasse di quello che gli stava capitando, ma più di tutto non riusciva ad accettare che stesse male.
Perché sì, stava male.
“Thomas, per favore, devi dirmelo. Non capisci che sono preoccupata per te?!?”, gli chiesi per l’ennesima volta.
“Non ho niente, sto bene…”
“Tu menti!”
“Giulia.”. Mi fissò negli occhi con una forza tale da scombussolarmi il cuore. “Non ho idea di cosa mi stia succedendo. Io… Sento che i miei ricordi stanno tornando…”
“Stai per capire chi sei?”. Ero ammutolita.
“No! Non posso ricordare!”
“Ma perché?”, chiesi con un filo di voce.
“Non lo so! Io non lo so! Seguo solo il mio istinto!”
Da quel giorno in poi lo lasciai in pace. Forse capì che non volevo affrontare più l’argomento e lo apprezzò, perché iniziammo a comportarci come se niente fosse. Ma io ero sempre più preoccupata, e lui sempre più teso.
Ovviamente i miei amici notarono subito che qualcosa non andava.
“Giulia ma dove sei con la testa?”, mi chiese Luca per l’ennesima volta, venerdì a scuola.
“Scusa. Che succede?”
“Ma non ti sei accorta che il Durpi ha mollato? Il prof di geografia l’ha appena ripreso davanti a tutta la classe; guarda: stanno ancora ridendo. E tu che fai? Fissi inebetita la lavagna. Se almeno ci fosse scritto qualcosa… Ma dove sei in questi giorni?”
Come al solito, incassai senza rispondere. Che potevo dire? Che il ragazzo-fantasma che amavo aveva improvvisi svenimenti dati da ricordi latenti che riemergevano ma che lui sentiva di non dover far emergere? Non volevo di certo finire al manicomio.
Ma Luca era quello che mi dava meno problemi. Chiara e Lucia, le mie amiche per la pelle da un vita, non si accontentavano delle mie risposte evasive. E quando appioppai loro la debole scusa dei ‘compiti che oramai erano diventati una pila enorme e insostenibile’, Lucia mi rispose: “Non cercare di darcela a bere. Ho chiesto a Luca, e lui sostiene che questo è un periodo morto… Tradotto, non hai niente da fare. No, qui c’entra qualcos’alto… Ti sta andando male con il tipo che ti piace?”
“No, Lucy. Non c’è nessuno che mi piace di conseguenza non mi sta andando male niente.”. L’unico motivo per cui le mie guance non si arrossarono e mi tradirono era perché stavo osservando preoccupata Thomas, dall’altro lato del tavolo, che portava una mano alla fronte socchiudendo gli occhi.
“E’ Eric! Dimmi la verità!”, insistette Lucia, seguendo il mio sguardo. Ovviamente, non poteva vedere Thomas, così i suoi occhi arrivarono ad un giovane biondino seduto dall’altra parte del locale, che aveva frequentato le medie insieme a noi ma con il quale non c’era mai stato un gran rapporto. Era il classico biondo-occhi-azzurri, a cui tutte morivano dietro e che faceva il cascamorto con tutte. Decisamente, non il mio tipo.
“No, Lu… Devo andare in bagno.”, finsi, alzandomi.
Non mi credette, e dovetti passare il resto del sabato e tutta la domenica a farle cambiare idea.
Fortunatamente, Chiara mi aiutò annunciando che finalmente aveva trovato lavoro. Così la domenica sera uscimmo tutte per festeggiare. Andammo al solito bar, meglio di niente, e Chiara ci raccontò tutto: “Mio padre è amico di un’amica che ha una sorella che ha questo bar. Niente di che, una ragazza è rimasta a casa perché aspetta un bambino e devono sostituirla. Mi ha detto che mi prende in prova e che domani alle otto devo essere da lei. Ha già un’altra ragazza in prova, fra due settimane ci fa sapere chi prende… Lo so, non è un granché, ma si lavora da lunedì a venerdì e anche la paga è buona…”
“Ma è grandioso invece!”, la incoraggiai. Era grandioso davvero, così i suoi non si sarebbero più lamentati. Io personalmente non li capivo; è vero che Chiara aveva smesso di studiare ma era sempre lei ad occuparsi della casa, pranzo e cena compresi. L’unica cosa che non faceva era la lavatrice, perché non era in grado. Ma non mi dimenticherò mai quella sera che ero a casa sua e sua madre stava cucinando (per la prima volta da anni a quella parte) e ha chiesto a Chiara: “Ma dov’è l’olio?? Perché è finito e non me l’hai detto??”. Cioè, io non so manco dov’è l’olio che ho in casa, se finisce la bottiglia che sta sul banco della cucina. E’ mia madre la regina dei fornelli… Il fatto che una madre non sappia queste cose basilari mi sconvolge.
“Sìì! Finalmente Chia! Hai già pensato a cosa ti comprerai con tutti quei soldi??? Ho visto una collana in centro che è stupenda, d’argento poi…”.
Ecco, adesso non le capivo più. Ma ero io a essere anormale o loro? Non concepivo come si potessero spendere dei soldi per delle cose così inutili. Dopo un po’ una collana smetti anche di metterla… Se ne passa a una più bella ecc… Non che non avessi gusto. Ma preferivo la bigiotteria classica, economica, che resisteva giusto il tempo che durava la tua infatuazione per quel particolare modello di gioiello. Ma stavolta, niente repliche. Ero contenta che la discussione si fosse spostata in un terreno più sicuro, e la aiutavo a prosperare.
Tornai a casa che erano solo le nove e mezza: visto che il giorno dopo Chiara iniziava a lavorare doveva andare a letto presto.
Mi sdraiai piano sul letto, mentre Thomas si sedeva accanto a me.
“Fammi spazio.”, mi sussurrò, come io poco tempo fa, tenendosi la testa. Mi spostai per farlo sdraiare, e poi, spinta da non so quale impulso incontrollabile, gli appoggiai una mano sulla guancia. Il mio cuore esplose, divenni rossissima e mi sforzai di respirare normalmente, trattenendo le farfalle nel mio stomaco. Lui aprì gli occhi, lentamente.
Restammo così, a guardarci, mentre sentivo la sua pelle sotto il mio palmo, finché non mi addormentai.
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