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venerdì 10 giugno 2011

Sesto capitolo

Capitolo sei

Domenica non permisi alle mie amiche di scocciarmi, e passai tutto il giorno in camera mia con lo stereo al massimo. Anche Thomas vide che ero di malumore, e mi lasciò in pace, andando al piano di sotto a vedere un film che i miei avevano noleggiato.
Non volevo pensare. Ma era inevitabile. La musica che mi martellava nelle orecchie occupava solo un minimo spazio nella mia mente, che era da tutt’altra parte. Mi sforzai di riportare la mia concentrazione sulla musica. Ma a fine giornata, ero lo stesso giunta ad una conclusione, una conclusione che mi sorprese: avrei continuato la mia vita come se niente fosse. Mi sarei limitata a sentirmi felice ogni qualvolta Thomas sarebbe stato con me.
Perché dovevo farlo diventare un problema? Era una bella sensazione stare con lui. E il fatto che avessi capito cosa generava le mie emozioni non doveva influire. Sarebbe andato tutto bene. Non avrei detto niente a nessuno e sarei vissuta felice.
C’erano sicuramente problemi più urgenti: innanzitutto la vera identità di Thomas. E anche il fatto di che cosa fosse non era un problema da poco. E poi, naturalmente, c’erano i miei problemi normali. Gli amici, la scuola, la famiglia. Il solito, insomma.
La settimana seguente passò quindi come la precedente, tranne per il fatto che ora prestavo molta più attenzione ai miei amici e a cosa mi dicevano.
“Sai” mi disse Luca durante un cambio d’ora, “ieri stavo messaggiando con un mio amico, uno che ho conosciuto ad un torneo di scacchi…”. Era vero, mi ero dimenticata che lui amava gli scacchi. L’anno scorso mi ero pure arrabbiata perché cercava di convincermi a giocare, ma a me non interessava. Era talmente insistente che mi aveva fatto perdere le staffe. “E’ davvero una persona strana, sai?”.
“Davvero?” chiesi. In quel momento era entrata la profe d’inglese, e Thomas la stava imitando in ogni gesto. Mi sforzai di non ridere e di prestare attenzione a Luca.
“Sì! Stavamo facendo un gioco, il gioco delle domande sai, quello dove uno fa una domanda e l’altro risponde e fa una domanda a sua volta…”.
“Arriva al punto” sussurrai, certa che se avessi aperto un po’ di più la bocca non mi sarei trattenuta. Avevo le lacrime agli occhi e mi sentivo rossissima in faccia, nel tentativo di non ridere.
“Beh, ecco, sai che domande fa? In genere sono strane, sì, fa parte del gioco, ma non così strane… Ecco, del tipo: ‘Hai mai ficcato la testa nella lavatrice per vedere se c’era dentro Francis, il mulo parlante?’; o ancora: ‘Hai mai ricevuto delle dita dei piedi in regalo?’. Cioè, dimmi te se queste sono domande”.
Lieta che mi offrisse una scusa, scoppiai a ridere, forse in modo un po’ isterico, proprio mentre Thomas stava alle spalle della profe e si grattava il naso imitandola con un cipiglio serio volutamente esagerato.
“Giu? Stai bene?” chiese Luca, sconcertato dalla mia reazione.
“Oh, sì. Ehm, ecco… Perché non provi a rispondere a sto qui con qualcosa del tipo: ‘Hai mai staccato le dita dei piedi a un perfetto sconosciuto per farne un regalo di compleanno?’”.
“Bella questa! Me la segno”.
La lezione finì in fretta, e io mi avviai allegra verso casa.
“Come mai così di buon umore oggi?” mi chiese Thomas.
“Sto solo sfogando l’allegria repressa di oggi. Mica è facile vedere te che imiti tutti i prof e starmene tranquilla! Fai troppo ridere”.
“Ah ah! Scusa, non lo farò più”. E immediatamente pensai che valeva la pena trattenersi così tanto se poi potevo vederlo ridere. Era bellissimo.
Chiara venne a rapirmi non appena finii di mangiare.
“Presto! Lucia è disperata. Domani è il suo primo anniversario con Andrea e non gli ha ancora preso il regalo! Ci aspetta al centro commerciale”. Cavoli. Un anno. Di già.
Mi fiondai in camera a prendere la borsa, e Thomas mi seguì.
“Posso venire con te?” mi chiese.
“Cosa?” lo guardai sbalordita per un attimo. “Uhm, sì, certo. Vieni.” dissi poi.
Così ci avviammo tutti e tre, in bici. Thomas correva, anzi, forse è meglio dire che volava. In effetti sembrava galleggiare nell’aria, se non fosse che stavamo andando a tutta birra.
Arrivammo in meno di mezz’ora, e mentre Chiara fissava le bici con la catena a una ringhiera, gli chiesi: “Questo me l’avevi tenuto nascosto. Da quando sai volare?”.
“Non so. Da quando mi sono svegliato, credo”.
“Non me l’avevi detto!”.
“Non c’ho pensato.” rispose, sincero e afflitto.
“Hai detto qualcosa?” s’intromise Chiara.
“No, niente.” risposi, “Solo di sbrigarci”.
Lucia era praticamente in lacrime, Chiara non esagerava.
“Oh, ragazze! Finalmente siete arrivate! Aiutatemi! Sono nel panico. Non ho la minima idea di cosa regalare ad Andrea”.
“Tranquilla. Ci siamo qui noi”.
Così passammo tutto il pomeriggio a girare per negozi.
Nonostante Chiara suggerisse sempre qualcosa (io no, non avevo la minima idea di cosa si potesse regalare ad un tipo), Lucia non appariva mai del tutto convinta. E ad ogni minuto che passava, cresceva la sua disperazione.
“Potresti regalarle te stessa!” esclamai esasperata dopo l’ennesimo negozio girato a vuoto. “Infondo non siete ancora stati del tutto insieme, no?!?”.
“Ma… Io non mi sento pronta…”.
Oh, merda. L’avevo fatta intristire.
“No, no Lucia… Non intendevo per forza. E’ solo che… Sai che non mi piace girare per negozi. Mi fanno male ai piedi…”. Le mie scuse si persero mentre i suoi occhi si gonfiavano di lacrime, ma Chiara mi salvò esclamando: “Ehi gente! Là c’è un negozio che mi pare carino. Non disperarti su. Magari, se non troviamo niente, puoi sempre regalargli le mutande rosa con i coniglietti che abbiamo visto prima”. Lucia sorrise appena, poi ci dirigemmo verso l’obbiettivo che aveva puntato Chiara.
Thomas ci seguiva come rassegnato, neanche a lui piaceva andare in giro per negozi. Però la gioielleria in cui entrammo era molto bella, e in un attimo dimenticai la stanchezza.
“Ooooh… Guarda che bella questa collana!” esclamò Chiara, estasiata.
“Ragazze… Guardate qua”. Lucia sembrava sotto shock.
“Cosa?” chiesi avvicinandomi. Lei indicò un orologio.
“Stupendo!” esclamò Chiara, “E’ il regalo perfetto, meglio delle mutande rosa. No, seriamente. Compralo”.
“Sì! Me ne sono innamorata. E poi Andrea non ha un orologio. E’ più che perfetto”. Ormai erano in estasi. A me, sembrava un comune orologio. Certe volte proprio mi sconcertavano, comunque mi unii a loro: “Sì, è proprio bellissimo”.
Dopo l’acquisto, si rilassarono tutte, me compresa. Andammo a mangiarci una piadina al bar, poi io e Chiara salimmo sulle nostre bici e ce ne tornammo a casa, seguite da Thomas, mentre Lucia aspettava che suo padre la venisse a prendere.
Una volta in camera mia, accesi lo stereo e mi sdraiai sul letto.
“Stanca?” mi chiese Thomas.
“Direi. I miei piedi sono diventati insensibili… E’ piuttosto grave”.
“Sai, non credevo che le ragazze fossero così maniacali quando si tratta di regali…”.
“Credimi, io le capisco meno di loro. Certo, se avessi un ragazzo, anch’io andrei nel pallone… Ma più che altro perché non ho idea di cosa si regala a un tipo. Però, una volta trovato qualcosa, non starei a rimuginarci su tanto. Il mio terrore è che le mie amiche insisterebbero sicuramente per trovarne uno più bello…”.
“Ah ah ah! Beh, non portartele dietro, no?”.
“Impossibile. Sono loro che mi devono dire cosa comprare. Te l’ho detto che non so cosa si regala a un ragazzo.” obiettai, scuotendo la testa.
“Sai, Giulia…” iniziò Thomas.
“Sì?”.
“Appena capisco cosa sono, e come, sempre se posso, ritornar ‘normale’… Voglio farti un regalo”. Mi alzai a sedere di scatto, fissandolo mentre lui distoglieva lo sguardo.
“Cosa? Perché?”.
“Beh, perché mi stai vicino. Mi stai aiutando… Te ne sono grato” . Se avesse potuto, avrebbe arrossito. Non risposi, mi limitai a sdraiarmi di nuovo sul letto, pensierosa. In realtà, non sentivo di meritarmelo; non stavo facendo nulla di particolare per lui. Presa com’ero da me stessa e dai sentimenti, così nuovi, che stavo provando, capii di aver trascurato il problema di Thomas; e mi ripromisi di impegnarmi di più.

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