Capitolo ventidue
“Thomas” chiamò Roberto venendoci
incontro “Giulia”
“Ehi Rob”
“Dunque… Direi che è maglio
passare subito al sodo. Chi è il vostro Maestro?”
“Mio nonno Alessandro. E il
vostro?”
“Era mio zio, prozio in realtà.
Purtroppo ci ha lasciato qualche mese fa”
“Mi dispiace” intervenni.
“Non importa.” mi rispose Erica
“Ci eravamo molto affezionati a lui, ma ormai è passato del tempo. Il problema
è che adesso siamo senza guida. Ci siamo continuati ad allenare anche da soli…
Ma se non vi spiace vorremmo conoscere tuo nonno, Thomas. Potremmo formare
un’unica grande squadra.”
“Ne parlerò con mio nonno e vi
farò sapere cosa ne pensa. Credo che non ci siano problemi comunque”.
Ci avviammo verso le altalene. Io
mi sedetti e iniziai a dondolare debolmente; Thomas era in piedi dietro di me e
mi teneva per le corde. Ad ondate regolari una sensazione di malessere mi
assaliva ancora, ma feci di tutto per non farlo trasparire; gli altri intanto
avevano iniziato a chiacchierare, perciò decisi di distrarmi ascoltandoli.
Thomas aveva chiesto a Roberto come aveva scoperto di essere un Difensore delle
anime e quando aveva iniziato il suo addestramento.
“Mio zio si accorse che vedevo i
Predatori quando io avevo undici anni. Mi aveva accompagnato in gita, ed io mi
ero molto spaventato vedendo uno di quegli esseri vagare per la città, la sera.
Allora mi ha detto che cos’ero, e mi ha insegnato come stordirli, per evitare
che mi facessero del male. Ovviamente, mi disse all’epoca, i Predatori erano
creature pacifiche che vivevano in armonia con noi, viste soltanto da poche
persone, per questo chiamate Eletti. Purtroppo o per fortuna è morto poco prima
che i Predatori iniziassero a comportarsi in modo anomalo. Noi l’abbiamo capito
per conto nostro e ci siamo dati da fare, anche se non riusciamo a spiegarci il
perché di questo comportamento da parte loro”.
“Beh…” iniziò Thomas, ma io lo
interruppi: “Aspetta, hai detto che anche tuo zio era un Difensore, giusto? E
anche tuo nonno lo è, amore… Ma allora, come funziona? E’ genetico? C’è la
possibilità che uno dei miei genitori, o dei miei parenti, sia un Difensore
delle anime e che io non lo sappia?”
“Non ne ho idea” mi rispose Roberto.
“Effettivamente non c’ho mai
pensato” aggiunse Thomas.
“Io non ho parenti con il dono
della Vista” s’intromise Lorenzo “Ho controllato, e nessuno di loro luccica.
Magari è il caso a farci Difensori delle anime, anche se è più probabile che
nascano Difensori nella stessa famiglia. Oppure è genetico, ed io l’ho
ereditato da qualche lontano parente o a qualche avo che non ho mai conosciuto.
Magari serve qualche causa scatenane per attivare il gene”.
“E’ una discussione interessante,
ma non molto rilevante vero? Sentiamo invece perché i Predatori si comportano
in modo strano, pare che Thomas sappia la risposta”. Erica riportò la
conversazione su argomenti di cui avevo già discusso con Thomas e suo nonno,
quindi ripensai alle parole di Lorenzo mentre il mio ragazzo raccontava la
storia della Gemma Blu. Poteva davvero essere che mia mamma o mio papà fossero
dei Difensori delle anime? E allora come mai non m’avevano detto niente?
Ripensandoci, forse non volevano farmi sentire inadeguata, se alla fine non
avessi avuto il dono della Vista. Ma potevano sempre controllare no? Sarebbero
stati in grado di vedermi brillare, e quindi di capire che io vedevo i
Predatori. Oppure, uno di loro non l’aveva mai confessato all’altro… E si
portava dietro un segreto terribile, un dono che l’altro non avrebbe mai
compreso… Ma anche in quel caso, avrebbe potuto condividere il segreto con me.
No, forse nessuno dei due era un Difensore… Ma allora, chi? Forse nessuno.
Forse ero come Lorenzo: il mio dono era venuto dal nulla. Chissà, era davvero
genetico?
“Giulia, amore.” mi sentii
chiamare.
“Sì?”
“E’ ora di andare a casa, non
trovi? Sono le undici e mezza”.
“Cavolo sì! Devo andare… Ciao
ragazzi!” salutai in fretta, alzandomi. Thomas mi seguì: “Ci sentiamo per
telefono. Ci metteremo d’accordo per incontrarci da mio nonno”.
Mentre uscivamo dal parco, Thomas
mi fermò. Mi fece scorrere una mano sulla schiena e si chinò a baciarmi,
dolcemente. Poi mi chiese: “E allora, cose ne pensi? Sono simpatici no?”
“Già. Potremmo iniziare ad uscire
tutti insieme… Senza dimenticare Lucia, Andrea, Chiara e Luca”. Probabilmente
Thomas notò la smorfia che feci pronunciando l’ultimo nome.
“Ma che cos’ha Luca che non va?”
“Uffi… E’ che vorrei che fosse
felice anche lui. Invece sembra sempre così giù… Probabilmente non sopporta
uscire con noi, ma siamo i suoi unici amici! Non posso permettere che se ne
stia sempre a casa da solo, a torturarsi”.
“Torturarsi per che?”
“Non lo so…” risposi, mordendomi
il labbro. In verità lo sapevo, ma non volevo dire a Thomas dell’interesse che
Luca nutriva nei miei confronti.
“Dai, ti porto a casa. Non
pensarci amore, sorridi un po’, su”. Mi tirò l’angolo delle labbra con un dito.
Io gli feci una linguaccia e ripresi a camminare.
Una volta a casa, trovai mia
madre un po’ arrabbiata, perché il pranzo era già pronto ed io ero in ritardo.
Mi sedetti a tavola facendo le mie scuse, e osservai i miei genitori. Socchiusi
gli occhi fino a quasi chiuderli del tutto, ma non vidi nessuna aurea brillante
avvolgere la loro figura.
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