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martedì 10 maggio 2011

Seconda puntata con la mia storia u.u

Che dire? Sono arrabbiata. Arrabbiata e delusa e arrabbiata è.é
Ma volgio pensare ad altro, quindi...
Vi metto il secondo capitolo della mia storiella u.u


Capitolo due

Era il ragazzo del centro commerciale.
Quello che avevo guardato.
Quello maledettamente bello.
E ora era in camera mia, e mi stava fissando.
Il libro che Lucia e Chiara mi avevano regalato cadde con un tonfo per terra, mentre scivolavo lungo lo stipite della porta. Stavo svenendo. Probabilmente per la sorpresa.
Poi lui si mosse, afferrandomi al volo. Le sue sopracciglia si corrugarono, mentre mi chiese: “Ehi, tutto bene? Cos’hai?”.
“Mh.” fu tutto quello che riuscii a dire.
“Maledizione!” imprecò lui.
“Ho fatto qualcosa di sbagliato?” chiesi, confusa.
“Che cosa???” Mi guardò negli occhi, perplesso.
“Hai detto maledizione, come se avessi fatto qualcosa di sbagliato…”.
Lui impallidì. “Vuoi dire che tu… Tu mi vedi?”.
“Certo che sì.” risposi stupita. Poi divenne tutto nero.

Mi svegliai di soprassalto, e ci misi un po’ a riconoscere il posto dove stavo.
Sì, era camera mia. Una luce calda arrivava dalla finestra, filtrata dalle tende bianche.
E ovviamente lui era ancora lì, seduto sulla sedia della mia scrivania, che mi fissava preoccupato.
“Ciao.” gli dissi.
“Ehi, mi prometti che non sverrai ancora?” mi chiese, ansioso.
“Oh. No, no, tranquillo. Mi sa che ieri ero solo molto stanca. Non so cosa mi sia preso”.
Lui si avvicinò al letto mentre io mi mettevo a sedere, e si spostò per guardarmi meglio. Riuscii a trattenere il rossore, ma per farlo dovetti smettere di respirare, e prima che la stanza prendesse a girare mi disse: “Giulia. Respira”.
A fatica espirai, poi inspirai. Il sangue si fece strada verso il mio volto, e arrossii. Ancora preoccupato, lui mi premette una mano sulla guancia.
“Come… Com’è che sai il mio nome?” chiesi, con la voce che mi tremava.
Adesso era diventato pensieroso.
“Non lo so.” rispose infine.
“Ah”. Non sapevo che altro dire. “E tu come ti chiami?”.
“Thomas.” rispose, e sorrise.
Il mio cuore precipitò, aveva un sorriso così bello…
“Giulia! La colazione!”.
Sobbalzai. Mia madre stava salendo le scale, e in un attimo era in camera mia.
“Sono già le undici, possibile che ti svegli sempre così tardi? Toh, questa volta te l’ho portata a letto, però poi scendi e lavi la tazza, intesi?” disse mia mamma, appoggiandomi un vassoio in grembo. Thomas aveva ancora la mano sulla mia guancia, ma lei sembrava non essersene accorta.
“Ah, e datti una ripulita già che ci sei. Sei un disastro”. Poi scese.
“Come ha fatto a non accorgersi di te?” sussurrai.
“Non so perché, ma solo tu puoi vedermi. Io… Io mi sono svegliato l’altro giorno, e l’unica cosa che ricordavo era il mio nome e la tua faccia”.
“Oh”. Iniziai a mangiare, riflettendo su ciò che mi aveva detto. Era impossibile, assurdo.
Mentre mi avviavo verso il bagno ebbi un’illuminazione: probabilmente era tutto uno scherzo. Sì,dovevano essere tutti d’accordo, e mi stavano facendo una candid camera o qualcosa del genere. Mi sentii soddisfatta ma anche un po’ delusa, in fondo stavo già iniziando a fantasticare su Thomas. Che brutta cosa, la fantasia. Ma d’altronde non poteva di certo esistere un ragazzo così bello che solo io potevo vedere. Forse non si trattava neanche di uno scherzo, forse Chiara e Lucia mi avevano messo qualcosa i strano nella coca cola ieri, o forse ero semplicemente impazzita.
“Oh cavolo… Che disastro.” mormorai, guardando la mia immagine riflessa. Ieri sera non avevo tolto tutto il mascara, che si era spalmato intorno agli occhi, creando l’effetto di due lividi profondi. I capelli poi, meglio non pensarci. Riuscii a sistemarmi abbastanza in fretta; ero passabile, e scesi in cucina con il vassoio. Mio padre dormiva ancora.
“Lavati la tazza!” mi ricordò mia madre.
“Sì Alice! Lo faccio subito!”. Persi molto più tempo del solito per lavare; avevo paura di ritornare in camera. Nel giro di mezzora la cucina splendeva.
“Oh signore… Giulia, hai la febbre?” mi chiese mia mamma quando la vide. “In genere non pulisci mai…”.
“No mamma… Adesso vado a vestirmi”.
Ovviamente lui era ancora là. Non sapevo cosa pensare.
“Ehm… Scusa, devo vestirmi, ti spiacerebbe uscire?”.
“Certo.” disse, e uscì.
Misi i jeans che avevo comprato ieri, e una maglietta nera. Thomas non fece tempo a rientrare che mia mamma mi chiamò per il pranzo.
“Tu non mangi?” gli chiesi.
“No. Non ho fame.” mi rispose Thomas.
“Ah, ok”.
Pranzammo velocemente, poi i miei uscirono. Seguendo l’impulso di stamattina sparecchiai e lavai i piatti, poi mi sedetti in salotto a guardare un po’ di tv.
“Giulia… Disturbo?” chiese Thomas, timoroso. Non mi ero accorta che era sceso.
“Oh, no. Vieni.” dissi, facendogli spazio sul divano.
“Tu non mi credi”.
“… Sinceramente mi riesce difficile.” ammisi.
“Devi. Ascolta, so che ti sembrerà assurdo, ma è così. Non ricordo niente né di me né del perché  nessuno mi vede”.
“Ma io non so chi sei”.
La sua espressione si fece triste. Probabilmente sperava che io sapessi qualcosa. Subito m’intristii anch’io, tuttavia dissi: “Ascolta, diciamo che ti credo, ok? Farò di tutto per scoprire chi sei, te lo prometto”. Lui parve rallegrarsi un po’, per lo meno si sforzò di sorridere.
“Grazie”.
“Però non capisco come mai solo io ti riesco a vedere.” dissi, socchiudendo gli occhi come per guardarlo meglio.
“Ehi!” esclamai, “Ma… Sei… Luminoso!”.
“Cosa?”.
“Ecco… Se ti guardo più attentamente… E’ come se brillassi. Di una luce blu, ecco. Blu azzurrina”.
Mi guardò stupita per un attimo.
“Chissà che vuol dire.” disse poi. Mi fissò più intensamente, e il mio cuore accelerò un po’.
“Anche tu brilli.” esclamò infine, stupito.
Mi guardai le mani, strabiliata. Era vero. Non me n’ero mai accorta.

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